Bertrand Russell e John Locke

Ecco cosa pensava Bertrand Russell del concetto di stato di natura di Locke:

“Quanto allo stato di natura, Locke fu meno originale di Hobbes, il quale parlava di uno stato in cui ci fosse la guerra di tutti contro tutti e la vita fosse sgradevole, brutale e breve. Ma Hobbes era reputato un ateo…
…La convinzione dell’esistenza di un felice «stato di natura» nel remoto passato, è derivata in parte dalla narrazione biblica dell’età dei patriarchi, e in parte dal mito classico dell’età dell’oro. La convinzione della bruttezza del remoto passato nacque solo più tardi, con la dottrina dell’evoluzione [il corsivo è mio].
La frase seguente è fra tutte quella che si può prendere più verosimilmente, in Locke, come definizione dello stato di natura:
«Gli uomini vivono insieme secondo ragione, senza nessuno sulla terra che sia superiore agli altri, e hanno l’autorità di giudicarsi tra loro: questo è propriamente lo stato di natura». [John Locke, Due trattati sul governo, II Trattato, Cap. III, 19]
Questa non è una descrizione della vita dei selvaggi, bensì quella di un’immaginaria comunità di virtuosi anarchici, che non hanno bisogno di polizia o di tribunali perché obbediscono sempre alla «ragione»…”

(Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, 1967, Longanesi, pag. 817).

Come ho scritto nel post precedente, la causa prima della tendenza autodistruttiva continua dell’Occidente è proprio il concetto di stato di natura di Locke, perché ha imposto alla cultura occidentale il mito dell’inutilità (anzi della dannosità) dello Stato.

Copyright © 2012 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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