Posts Tagged ‘globalization’

Vorrei ricordare che…

16 novembre 2016

Vorrei ricordare che il 23 febbraio 2015 avevo scritto:

«Questi sono i risultati del sogno mondialista: povertà e guerra.

Il mondialismo è un crimine contro l’umanità.»

https://luigicocola.wordpress.com/2015/02/23/il-mondialismo-e-un-crimine-contro-lumanita/

È del 31 ottobre 2016 il famoso discorso di Peter Thiel in favore di Donald Trump:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/11/10/le-contraddizioni-della-silicon-valley/

In tale discorso Peter Thiel parla proprio della povertà e della guerra come ragioni per votare Donald Trump.

È vero che egli non nomina i termini “globalism” (mondialismo in inglese), “New World Order” e neanche “globalization”, ma Trump stesso ha detto:

«We will no longer surrender this country, or its people, to the false song of globalism.

The nation-state remains the true foundation for happiness and harmony. I am skeptical of international unions that tie us up and bring America down, and will never enter America into any agreement that reduces our ability to control our own affairs.»

https://www.donaldjtrump.com/press-releases/donald-j.-trump-foreign-policy-speech

E infine vorrei ricordare che il 7 marzo 2016 avevo scritto:

«Il mondialismo durerà meno del comunismo, una delle altre ideologie antistato, il quale è durato settantaquattro anni: dalla rivoluzione russa del 1917 al dissolvimento dell’Unione Sovietica nel 1991.

Il motivo è semplice da capire: il comunismo, ossia la teoria marx-engelsiana, non solo rimanda l’eliminazione dello Stato a un indeterminato futuro (a differenza del mondialismo), e quindi rimanda sine die i tremendi danni correlati a quest’eliminazione (p.e. l’immigrazione islamica incontrollata), ma oltre a ciò utilizza la via dell’anticapitalismo, invece di quella dell’ultracapitalismo utilizzata dal mondialismo.

Così, nell’ambito dell’economia, se da un lato il comunismo vieta l’arricchimento privato (il che è un elemento negativo), dall’altro sconfigge la povertà (il che è un elemento fortemente positivo), povertà che invece viene inevitabilmente prodotta dall’ultracapitalismo, il quale non è il normale capitalismo, quello a cui siamo stati abituati per molto, moltissimo tempo, ma è un capitalismo ingiusto e distruttivo, cioè un capitalismo privo del contrappeso dello Stato…

In altre parole il mondialismo, come ideologia antistato, è molto più virulento e devastante del comunismo e provoca quindi reazioni contrarie molto più rapide e intense.

Non solo da parte dei popoli nei quali il mondialismo non ha attecchito (praticamente tutti tranne quelli occidentali), ma anche da parte di coloro che Arnold J. Toynbee chiamerebbe “proletariato interno”.

Al momento presente, infatti, i proletariati interni dei popoli storicamente più volitivi e determinati dell’Occidente si stanno vistosamente ribellando al mondialismo che li affligge (vedi Marine Le Pen, Donald Trump, ecc. ecc.) e lo possono facilmente fare perché nella cultura occidentale vige la democrazia: al popolo viene data periodicamente la possibilità di scegliere chi lo governerà per un determinato lasso di tempo. E questa possibilità di scelta non può essere tolta impunemente, perché ciò legittimerebbe una rivoluzione violenta.»

https://luigicocola.wordpress.com/2016/03/07/perche-il-mondialismo-durera-meno-del-comunismo/

Copyright © 2016 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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Troppa scienza economica rende ciechi

14 novembre 2016

Rimango stupefatto alle seguenti parole dell’economista Alberto Bagnai, pronunciate dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane 2016 (al minuto 3.19):

«Il mondo della finanza ha bisogno di una moneta forte, questo succedeva al tempo di Churchill in Inghilterra e succede al tempo di Obama negli Stati Uniti, il mondo dell’industria ha bisogno di una moneta un po’ più debole. La vittoria di Trump viene vista come la vittoria dei diseredati, dell’antiglobalizzazione, o dei razzisti, o della Russia: queste sono tutte scemenze. Trump è un pezzo di establishment, è il pezzo di establishment al quale fa più comodo un dollaro un po’ più debole. Punto.»

Quindi, secondo Bagnai, non c’entra nulla l’argomento “Nationalism vs. Globalism” di cui ha scritto Robert W. Merry nel suo articolo intitolato appunto Trump vs. Hillary Is Nationalism vs. Globalism, 2016 e pubblicato da The National Interest (4 maggio 2016):

https://luigicocola.wordpress.com/2016/06/02/donald-trump-grida-il-re-e-nudo/

E, sempre secondo Bagnai, non c’entrano nulla la povertà e la guerra, come ha detto invece Peter Thiel nel suo famoso discorso in favore di Donald Trump al National Press Club (31 ottobre 2016):

https://luigicocola.wordpress.com/2016/11/10/le-contraddizioni-della-silicon-valley/

No, si tratta solo e semplicemente di un bisticcio tra capitalisti: tra i capitalisti del mondo della finanza e i capitalisti del mondo dell’industria.

Certo, come no.

Troppa scienza economica rende ciechi.

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Donald Trump grida: il Re è nudo

2 giugno 2016

La via capitalista (o meglio ultracapitalista) delle ideologie antistato, come l’ho definita in un post dell’anno scorso, ha diversi nomi e i più diffusi sono: in lingua inglese “globalism”, in lingua francese “mondialisme” e in lingua italiana sia “globalismo” che “mondialismo”.

Quest’ideologia antistato ha imposto una sua truffaldina narrazione in cui si presenta non come ideologia (quale effettivamente è), ma bensì come processo storico ineluttabile, il che significa lanciare questo messaggio: arrendetevi, è inutile qualsiasi resistenza.

Così i nomi truffaldini che essa assume sono: “globalization” in inglese, “mondialisation” in francese e sia “globalizzazione” che “mondializzazione” in italiano.

È un piccolo sporco trucco semantico: i suffissi -tion, -zione formano nomi di azione, mentre i suffissi -ism, -isme, -ismo formano nomi astratti.

In tal modo si vuole sottolineare che trattasi di un processo naturale indipendente dalla volontà umana e non di una costruzione ideologica (che dipende ovviamente da una deliberata volontà).

Questa è una vera e propria frode della propaganda mondialista, come ho scritto più volte:

https://luigicocola.wordpress.com/tag/globalizzazione/

Ma lo sporco trucco semantico non può più essere accettato ed ecco che Donald Trump usa il termine giusto, è come se gridasse: il Re è nudo.

«We will no longer surrender this country, or its people, to the false song of globalism.»

https://www.donaldjtrump.com/press-releases/donald-j.-trump-foreign-policy-speech

Ed ecco come Robert W. Merry giustamente commenta nel suo articolo Trump vs. Hillary Is Nationalism vs. Globalism, 2016 pubblicato il 4 maggio 2016 da The National Interest:

«It’s impossible to say at this early stage in the political season whether Trump, the candidate of the New Nationalism, actually has a chance to win the presidency. But, win or lose, he has shaken up the political system, introduced powerful new rhetoric and opened up a new political fault line between nationalism and globalism that isn’t going away anytime soon. For the globalist elites of America, it’s an entirely new era.»

http://nationalinterest.org/feature/trump-vs-hillary-nationalism-vs-globalism-2016-16041

Per approfondire:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/03/07/perche-il-mondialismo-durera-meno-del-comunismo/

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La globalizzazione non esiste

31 maggio 2016

Che la globalizzazione (o mondializzazione) non esista affatto e che sia in realtà una frode della propaganda mondialista lo scrivo da tempo, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/tag/globalizzazione/

In altre parole non esiste un processo storico ineluttabile (la globalizzazione), bensì un’ideologia (il globalismo o mondialismo).

Ebbene non sono l’unico a pensarla così:

«Il termine globalizzazione perde, però, qualsiasi significato se diventa una nozione di cui si abusa e rischia di essere un alibi per interessi di ogni genere. È necessario non fraintendere il significato di questo processo e delle sue conseguenze epocali. Non sono in gioco forze naturali, ma interessi di gruppi sociali. In senso sociologico la globalizzazione non esiste, è una costruzione ideologica [per ulteriori approfondimenti si veda Touraine A., Comment sortir du liberalisme?, Fayard, Paris, 1999], solo per la sfera finanziaria è possibile parlare legittimamente di integrazione crescente [il neretto è mio].»

Vincenzo Cesareo e Mauro Magatti (a cura di), Le dimensioni della globalizzazione, Franco Angeli, 2000, pag. 91

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