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Lo spettacolare e stupefacente rimbecillimento dell’intellighenzia occidentale II

9 luglio 2018

Leggo su ZeroHedge un inqualificabile articolo di Duncan Whitmore (8 luglio 2018):

Is Libertarianism Utopian?

«With all of this in mind, therefore, we can turn to the question of the existence of the state. Without a shadow of a doubt, the state is the most violent and aggressive institution humans have ever spawned [il neretto è mio]. There is not a single conflict that is worthy of mention in the history books that was not caused by the state or a proto-state entity, nor is there any such conflict that would not have been ameliorated by either reduced or absent state involvement. It is for this reason that libertarians focus all of their efforts on this institution. Thus, the objection to libertarianism on account of the allegation that it is contrary to “human nature” concerns, primarily, the question of whether the state is a phenomenon of “human nature” that we have to put up with and is, consequently, useless to fight.

From our preceding analysis, it should already be clear that this is not the case. The state exists for no other purpose than to serve as the ultimate vehicle of pursuing the violent method of achieving ones goals – of forcibly taking from some in order to benefit others [il neretto è mio].

The state has not existed as a uniform entity throughout human history. Rather, it has blossomed and withered in accordance with people’s desire to use it as such a tool of exploitation and the conviction of the public to either tacitly accept or actively promote its existence. All of the “great” institutions of states that we see today – parliament buildings, executive departments, highly trained armed forces and the complex weaponry and equipment they use, and so on – none of these things is in any way “natural”. Rather, they owe their existence to the fact that specific people, at specific times and places, believed that creating them was a worthwhile endeavour. Their final form that we see today is simply the outcome of centuries of consciously chosen behaviour…

The state, therefore, is firmly and undeniably a consequence of human choice, not of human nature, and, as such, it is entirely legitimate to expose it to moral examination.»

https://www.zerohedge.com/news/2018-07-08/libertarianism-utopian

https://mises.org/wire/libertarianism-utopian

Quando, più volte, ho parlato di «rimbecillimento dell’intellighenzia occidentale» (a partire dai Two Treatises of Government di John Locke), intendevo proprio questo genere di baggianate, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/06/07/lo-spettacolare-e-stupefacente-rimbecillimento-dellintellighenzia-occidentale/

Lo Stato è «the most violent and aggressive institution humans have ever spawned», proprio perché lo Stato è l’istituzione politica deputata a gestire il potere della forza fisica, che (probabilmente Duncan Whitmore non lo sa) è uno dei tre principali poteri secondo Bertrand Russell: il potere della forza fisica, il potere economico e il potere della propaganda.

Lo Stato è l’istituzione politica che, usando come mezzo il potere della forza fisica, ha lo scopo supremo di difendere la comunità dalle aggressioni esterne e dai torti reciproci interni (per usare la terminologia di Thomas Hobbes), altro che le fesserie di cui scrive Whitmore (che sicuramente non ha mai letto il Leviathan).

Esattamente ciò che Karl Popper, concordando con Hobbes su tale argomento, chiama così:

«teoria protezionistica dello stato» (in inglese «protectionist theory of the state»)

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969), pag. 148

Karl Popper è il filosofo dell’«Open Society», in italiano «Società Aperta», il termine di cui si è fraudolentemente appropriato il noto criminale mondialista George Soros (Popper non è affatto un mondialista), vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2018/04/01/luso-del-termine-open-society-da-parte-di-george-soros-e-una-frode/

Anche Norberto Bobbio concorda:

«le due funzioni essenziali» dello Stato sono «la milizia e i tribunali»

Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124

Per non parlare di Niccolò Machiavelli:

«E’ principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi, come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme.»

Niccolò Machiavelli, Il Principe, Rizzoli, 1991, pag. 128

Del resto, è presente in copiosa quantità, in tutto l’inqualificabile articolo surriportato, un misto di ignoranza e di deliberata menzogna, che è tipico dei millenaristi secolarizzati e della loro propaganda di guerra (per quanto riguarda i millenaristi religiosi, come per esempio Bergoglio, non ne parliamo neanche).

Per una mia spiegazione del millenarismo:

«Il mondialismo, come ho scritto più volte, è la nemesi dell’Occidente, nemesi conseguente alla sua hybris di eliminare lo Stato schiavista romano per mezzo del Cristianesimo, operazione certamente giusta e sacrosanta (non si poteva permettere ai romani di vivere usando tutti gli altri esseri umani, quelli che non erano romani, come oggetti o come animali!), la quale, però, per essere vincente, richiese la creazione e l’uso di un’arma estremamente pericolosa (perché porta all’autodistruzione): quest’arma è l’idea che possa esistere sulla terra una comunità che non ha bisogno di un’istituzione deputata a gestire il potere della forza fisica, vale a dire lo Stato (che ha due funzioni essenziali, l’esercito e la legge), una comunità in cui non esistono aggressioni esterne (quindi l’esercito non serve più) e non esistono torti reciproci interni (quindi la legge non serve più), in definitiva una comunità in cui il Male è bandito.

Questa comunità è il Regno di Cristo sulla terra di cui parla (unicamente e solo) l’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, che non è uno Stato monarchico, ma bensì una condizione di perfezione trascendente, in quanto Cristo, il Messia cristiano, a differenza del Messia ebraico, ha sia natura umana, sia natura divina.

In conseguenza di tale natura divina, il Male è bandito dalla terra e quindi non c’è più bisogno dello Stato.

Il Regno di Cristo sulla terra avrà una durata di mille anni, da cui il nome “millenarismo” per indicare la credenza nel suo avveramento. Il millenarismo può anche essere definito come la prescrizione di eliminare lo Stato dalla faccia della terra

https://luigicocola.wordpress.com/2018/02/10/luci-e-ombre-del-pensiero-di-renaud-camus-sul-mondialismo/

Tutte le ideologie antistato (comunismo, mondialismo, ecc. ecc.) sono un prodotto del millenarismo, anzi sono forme secolarizzate, ossia laicizzate, di millenarismo (teoria unificata delle ideologie antistato).

Ritornando all’inqualificabile articolo di Whitmore, prendiamo quest’altra proposizione: «The state has not existed as a uniform entity throughout human history.»

È vero l’esatto contrario: lo Stato è sempre esistito nella storia ed è sempre esistito come tale, cioè come centro di comando unico del potere della forza fisica di una comunità, centro di comando che ha lo scopo supremo di difendere quella comunità dalle aggressioni esterne (mediante l’esercito) e dai torti reciproci interni (mediante la legge).

Come ho mostrato nella mia teoria dello Stato, ciò è spiegabile in base alla Ragione:

Luigi Cocola, Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, 3° ed., lulu.com, 2013, pagg. 9-25

Lo Stato è una necessità della Ragione, anzi è addirittura un universale culturale, esattamente come il tabù dell’incesto e i riti funebri.

Il solo periodo storico in cui lo Stato scomparve è il Medio Evo, che fu un peculiare periodo storico localizzato solo e unicamente sul territorio dell’Impero romano d’Occidente, a causa della rivoluzione cristiana (non c’era più un centro di comando unico del potere della forza fisica).

Sul territorio dell’Impero romano d’Oriente non ci fu alcun Medio Evo, lo Stato non venne distrutto dalla rivoluzione cristiana, perché Costantino il Grande ideò genialmente il cesaropapismo e così neutralizzò la volontà del Cristianesimo di abbattere lo Stato (romano).

Lo Stato costituito dall’Impero romano d’Oriente rimase in piedi non perché avesse confini più sicuri (come si diceva una volta) e neanche perché avesse strategie più efficaci (come ha erroneamente sostenuto in tempi recenti Edward Luttwak): rimase in piedi solo grazie al cesaropapismo.

La geniale invenzione di Costantino il Grande, comunque, non poté salvare l’Impero romano d’Occidente, nel quale il Papa di Roma aveva ormai troppo potere.

Non dobbiamo però pensare che il Cristianesimo sia interamente negativo, al contrario, in un’analisi costi-benefici il risultato complessivo da esso prodotto è nettamente positivo:

«L’eccezionale successo storico dell’Occidente è iniziato in questo modo: facendo crollare lo Stato schiavista romano.

Il Cristianesimo ha donato al genere umano sia l’eliminazione dello schiavismo che la scienza.»

https://luigicocola.wordpress.com/2017/03/13/la-nemesi-delloccidente-possiamo-fermarla-con-la-ragione/

Che lo Stato sia sempre esistito non è solo una mia opinione, per esempio è anche l’opinione di Norberto Bobbio:

«la società senza Stato» è un «salto fuori della storia»

Norberto Bobbio, op. cit., pag. 124

«Una tesi ricorrente percorre con straordinaria continuità tutta la storia del pensiero politico: lo Stato, inteso come ordinamento politico di una comunità, nasce dalla dissoluzione della comunità primitiva fondata sui legami di parentela e dalla formazione di comunità più ampie derivanti dall’unione di più gruppi familiari per ragioni di sopravvivenza interne (il sostentamento) ed esterne (la difesa). Mentre per alcuni storici contemporanei, come si è detto, la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna [cioè per gli storici mondialisti, nota mia], secondo questa più antica e più comune interpretazione la nascita dello Stato rappresenta il punto di passaggio dall’età primitiva, via via distinta in selvaggia e barbara, all’età civile, dove ‘civile’ sta insieme per ‘cittadino’ e ‘civilizzato’ (Adam Ferguson).»

Ibidem, pag. 63

E anche di Karl Popper:

«Tornando ora alla storia di questi movimenti, sembra che la teoria protezionistica dello stato sia stata formulata per la prima volta dal sofista Licofrone, seguace di Gorgia.»

Karl R. Popper, op. cit., pag. 148

È facile capire che, se Licofrone formulò ciò che Popper chiama la «protectionist theory of the state», allora lo Stato ai tempi di Licofrone già esisteva.

Popper considera lo Stato un male necessario, quindi non ha niente a che fare con il mondialismo, il cui scopo è quello di eliminare lo Stato dalla faccia della terra:

«Al contrario, qualsiasi genere di libertà è chiaramente impossibile se non è garantito dallo stato.»

Ibidem, pag. 145

«il potere dello Stato è fatalmente destinato a restare sempre un male pericoloso, anche se necessario.»

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Hegel e Marx falsi profeti, vol. II, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The high tide of prophecy: Hegel, Marx and the aftermath, vol. II, Routledge & Kegan Paul, 1969), pag. 152

«Lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario. Si potrebbe chiamare questo principio il “rasoio liberale” (sulla scorta del rasoio di Ockham, cioè del celebre principio secondo il quale gli enti metafisici non devono essere moltiplicati più del necessario).»

Karl R. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando Editore, 2002 (trad. it. di Auf der Suche nach einer besseren Welt: Vorträge und Aufsätze aus dreissig Jahren, Piper Verlag, 1984), pag. 160

Copyright © 2018 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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Due considerazioni sulle forme di governo

19 aprile 2018

1° considerazione

In un post precedente ho scritto:

«Gli Stati Uniti d’America dimostrano che la forma di governo democratica tende inesorabilmente alla degenerazione, come del resto aveva già notato Erodoto quasi 2500 anni fa.

In ogni caso, la divisione dei poteri è un costo troppo alto per i nostri tempi, non funziona più, soprattutto contro un nemico dell’umanità estremamente potente come il mondialismo

https://luigicocola.wordpress.com/2018/04/10/lfbi-vigila-sulla-moralita-sessuale-di-donald-trump-gli-usa-sono-ormai-un-paese-ridicolo/

Il mondialismo è la più letale delle ideologie antistato, come ho mostrato qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/03/07/perche-il-mondialismo-durera-meno-del-comunismo/

Il punto nodale della questione è che le varie classificazioni delle forme di governo (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pagg. 95-97) sono tutte (anche quella di Hans Kelsen) antecedenti alla nascita del Gruppo Bilderberg, che si ebbe nel 1954, principalmente per opera di David Rockefeller e del Principe Bernhard dei Paesi Bassi.

Questo mostruoso, contronatura e potentissimo attacco allo Stato, che è il mondialismo, sta dimostrando nei fatti di riuscire a bloccare il funzionamento di una grande democrazia (basata quindi sulla divisione dei poteri) come quella degli Stati Uniti d’America: la democratica, libera e legale elezione di Donald Trump a 45° Presidente viene annullata dal potere illegittimo del mondialismo.

Il popolo degli Stati Uniti d’America, cioè la United States Constitution (We the People of the United States), non conta più niente e la sua volontà viene cancellata, distruggendo così il principio stesso della divisione dei poteri, che prevede sì che un potere freni un altro potere, ma non che lo blocchi o che addirittura lo elimini.

Il meccanismo della divisione dei poteri, detto anche system of checks and balances, è stato inequivocabilmente rotto dal mondialismo.

Paradossalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, attribuibile senza alcun dubbio al mondialismo (sinonimo: internazionalismo di David Rockefeller), non annullò la divisione dei poteri, mentre invece l’annulla oggi l’attacco a Donald Trump condotto alla luce del sole dal potere illegittimo del mondialismo: proprio perché l’assassinio di JFK fu attribuito ufficialmente a un omicida fanatico.

I creatori delle ideologie antistato di tipo filosofico vissero tutti dal 1760 (anno di nascita di Henri de Saint-Simon) al 1895 (anno di morte di Friedrich Engels), come ho mostrato qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/07/23/conseguenze-di-due-interpretazioni-del-mondialismo/

Norberto Bobbio scrive:

«Le tipologie classiche delle forme di governo sono tre: quella di Aristotele, quella di Machiavelli e quella di Montesquieu.»

ibid., pag. 95

Aristotele, Machiavelli e Montesquieu vissero prima dei creatori delle ideologie antistato di tipo filosofico (Montesquieu morì nel 1755) e quindi non poterono prevedere la minaccia letale di queste ideologie.

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2° considerazione

Perché il mondialismo ha fatto abbattere le dittature di Saddam e di Gheddafi e perché tenta, strenuamente, di abbattere anche la dittatura di Assad, nonostante l’intelligente e creativa opposizione di Donald Trump (vedi p.e. i disperati tentativi di Theresa May e di Emmanuel Macron), mentre nulla fa contro una monarchia assoluta come quella vigente in Arabia Saudita?

Sia le dittature che le monarchie assolute sono autocrazie, quindi perché il mondialismo vuole abbattere le dittature e non le monarchie assolute?

È molto semplice, basta considerare le basi filosofiche del mondialismo: sia gli antichi greci (Platone e Aristotele), sia Montesquieu nell’Evo Moderno, affermano, nelle loro classificazioni delle forme di governo, che la tirannide, come la chiamano gli antichi greci, e il dispotismo, come lo chiama Montesquieu, sono una forma degenerata, corrotta, della monarchia (*).

Norberto Bobbio scrive:

«Montesquieu ritorna a una tricotomia…

…in quanto definisce il dispotismo come il governo di un solo ma «senza leggi né freni», in altre parole come la forma degenerata della monarchia.»

ibid., pag. 96

Karl Popper scrive:

«In questo modo vengono distinte tre forme conservatrici o legittime e tre forme assolutamente depravate o illegittime; monarchia, aristocrazia e una forma conservatrice di democrazia sono, in ordine di merito, le imitazioni legittime. Ma la democrazia si cambia nella sua forma illegittima e si deteriora ulteriormente, attraverso l’oligarchia, il governo illegittimo dei pochi, nel governo illegittimo di uno solo, la tirannide, che, appunto come Platone ha detto nella Repubblica, è il peggiore di tutti i governi.»

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969), pagg. 68-69

Inoltre egli scrive:

«…e il termine “tirannide” o “dittatura”…»

ibid., pag. 160

Naturalmente tutto ciò non è in genere compreso dagli analisti politici, come ho scritto nei post precedenti, perché essi ignorano, o vogliono ignorare, l’ideologia mondialista e le sue basi filosofiche.

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(*) Machiavelli, Hobbes e Kelsen non fanno questa distinzione tra forme “buone” e forme “cattive”, anzi Hobbes scrive:

«Nei libri di storia e di politica ricorrono altri nomi di regimi, come tirannia e oligarchia; ma sono i nomi non già di altre forme di governo, bensì delle stesse quando sono considerate con avversione. Coloro, infatti, che sono scontenti sotto la monarchia, la chiamano tirannia; e coloro cui è invisa l’aristocrazia, la chiamano oligarchia

Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 155

Ma Hobbes, ovviamente, ai mondialisti non piace affatto.

Copyright © 2018 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

L’uso del termine “open society” da parte di George Soros è una frode

1 aprile 2018

Karl Popper (1902–1994) è senza dubbio uno dei più importanti filosofi della scienza del XX secolo, sebbene il suo pensiero sia stato criticato da altri filosofi della scienza, p.e. Thomas Kuhn, Paul Feyerabend, Imre Lakatos, ecc. ecc.

Egli si è anche dedicato alla filosofia politica, principalmente con la sua opera The Open Society and its Enemies (in italiano La società aperta e i suoi nemici, 1, 2), che fu pubblicata per la prima volta nel 1945.

A tale proposito, occorre innanzitutto sottolineare che il pensiero di Popper nel campo della filosofia politica (3) è attualmente sopravvalutato (4).

In secondo luogo, Popper è a favore della democrazia, cioè della divisione dei poteri (theory of checks and balances), è contro gli assolutismi (5), ma non ha assolutamente niente a che fare con lo scopo supremo del mondialismo: l’eliminazione dello Stato dalla faccia della terra e l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale nel quale lo Stato non esiste.

Ecco infatti cosa scrive Popper a proposito dello Stato nel primo volume della sua opera La società aperta e i suoi nemici:

“Al contrario, qualsiasi genere di libertà è chiaramente impossibile se non è garantito dallo stato.” (6)

“Il cosiddetto paradosso della libertà è l’argomento per cui la libertà, nel senso dell’assenza di qualsiasi controllo restrittivo, deve portare a un’enorme restrizione, perché rende i prepotenti liberi di schiavizzare i mansueti.” (7)

Come si può notare, Popper (1945) usa lo stesso argomento usato da Thomas Hobbes nel Leviathan (1651): “L’unico modo di erigere un potere comune che possa essere in grado di difenderli dall’aggressione di stranieri e dai torti reciproci…” (8).

A parte, ovviamente, che Hobbes è contro la divisione dei poteri (9).

Del resto è un argomento molto antico: secondo Popper (che lo chiama “teoria protezionistica dello stato”) il primo a formularlo fu il sofista Licofrone, seguace di Gorgia (10).

Nel secondo volume della sua opera La società aperta e i suoi nemici Popper scrive:

“…il potere dello Stato è fatalmente destinato a restare sempre un male pericoloso, anche se necessario.” (11)

Occorre a questo proposito ricordare la fondamentale distinzione di Norberto Bobbio: “Vi sono due concezioni negative dello Stato, una più debole e una più forte: lo Stato come male necessario e lo Stato come male non necessario. Solo la seconda conduce all’idea della fine dello Stato.” (12)

E ancora: “Quando la società civile sotto forma di società del libero mercato avanza la pretesa di restringere i poteri dello Stato al minimo necessario, lo Stato come male necessario assume la figura dello Stato minimo, figura che diventa il denominatore comune di tutte le maggiori espressioni del pensiero liberale.” (13)

Karl Popper è ancora più esplicito in un’altra sua opera, Alla ricerca di un mondo migliore (1984):

Lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario. Si potrebbe chiamare questo principio il “rasoio liberale” (sulla scorta del rasoio di Ockham, cioè del celebre principio secondo il quale gli enti metafisici non devono essere moltiplicati più del necessario).” (14)

Vediamo ora cosa scrive George Soros, che usa fraudolentemente il termine “open society” di Karl Popper come marchio propagandistico, cioè per propagandare l’irresponsabile e delirante scopo del mondialismo, l’eliminazione dello Stato, scopo al quale Karl Popper si è chiaramente ed esplicitamente dichiarato estraneo nel 1984 (occorre qui ricordare che il Gruppo Bilderberg è nato nel 1954):

“When I speak of a global society, I do not mean a global state. States are notoriously imperfect even at the national level. We need to find new solutions for a novel situation…” (Toward a Global Open Society, 15)

“Siamo riusciti a unirci al livello dello Stato sovrano: abbiamo degli Stati democratici, in cui vige lo stato di diritto e il rispetto verso il prossimo. Ora è necessario affrontare la questione su scala globale.
La soluzione non può essere la stessa: uno Stato mondiale costituirebbe una minaccia alla libertà più grave di quella rappresentata dalla molteplicità di Stati nazionali. La soluzione non può neppure essere progettata astrattamente…” (Open Society – Reforming Global Capitalism, 16)

L’uso del termine “open society” da parte di George Soros è quindi una vera e propria frode, egli approfitta disonestamente del prestigio intellettuale di Karl Popper per propagandare il contrario di quanto affermato dal filosofo austriaco.

Ma è molto utile leggere quello che Soros ha scritto, perché egli, nel suo delirio di onnipotenza, non si rende conto di scrivere cose terribili, ecco infatti due perle:

“L’Alleanza per la Società Aperta cercherebbe di suscitare un’adesione spontanea, ma anche con tutta la buona volontà del mondo non sempre potrà farcela; quindi non si può escludere del tutto l’opzione militare. Anche se l’Alleanza non dovesse conquistare il controllo del Consiglio di Sicurezza, in ogni caso potrebbe sempre aggirarlo e attivare la NATO senza l’autorizzazione del Consiglio, com’è avvenuto nella crisi del Kosovo.” (17)

“Le mie fondazioni hanno scoperto di poter esercitare una maggiore influenza collaborando con i governi o esercitando pressioni su di essi.” (18)

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1. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996, trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969

2. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Hegel e Marx falsi profeti, vol. II, Armando Editore, 1996, trad. it. di The Open Society and its Enemies – The high tide of prophecy: Hegel, Marx and the aftermath, vol. II, Routledge & Kegan Paul, 1969

3. Sulla differenza tra filosofia politica e scienza politica: Norberto Bobbio, Dei possibili rapporti tra filosofia politica e scienza politica, in Norberto Bobbio, Teoria generale della politica, Einaudi, 2009, pagg. 5-16

4. Norberto Bobbio in Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pagg. 161-165, fornisce un elenco delle principali opere di filosofia politica e di scienza politica dell’Evo Moderno (da Machiavelli compreso in poi) e in questo elenco Popper non viene citato, laddove, per esempio, viene citato Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia, Basic Books, 1974, trad. it. Anarchia, stato e utopia, Il Saggiatore, 2000

5. cfr. la voce “Assolutismo” in Nicola Abbagnano, Dizionario di Filosofia, UTET, 1971, pag. 74: “l’A. [Assolutismo] utopistico di Platone nella Repubblica

…l’A. [Assolutismo] democratico, teorizzato da Rousseau nel Contratto sociale e da Marx e dagli scrittori marxisti come «dittatura del proletariato». Tutte queste forme dell’A. [Assolutismo] difendono ugualmente, pur con motivi o fondamenti vari, l’esigenza che il potere statale venga esercitato senza limitazioni o restrizioni. L’esigenza opposta, propria del liberalismo (v.), è quella che intende prescrivere limiti e restrizioni al potere statale.”

6. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996, pag. 145

7. Ibid., pag. 346

8. Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 142

9. In realtà la questione è più complessa di così, perché Hobbes, oltre a usare quella che Popper chiama “protectionist theory of the state” e oltre a essere contro la divisione dei poteri, propone anche una spiegazione del funzionamento dello Stato. Per una critica alla spiegazione di Hobbes, che è errata in quanto politicamente faziosa, ma che contiene forti elementi di verità: Luigi Cocola, Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, lulu.com., 2013, pagg. 19-25

10. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996, pag. 148

11. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Hegel e Marx falsi profeti, vol. II, Armando Editore, 1996, pag. 152

12. Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pagg. 119-120

13. Ibid., pag. 121

14. Karl R. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando Editore, 2002 (trad. it. di Auf der Suche nach einer besseren Welt: Vorträge und Aufsätze aus dreissig Jahren, Piper Verlag, 1984), pag. 160

15. George Soros, Toward a Global Open Society, The Atlantic, January 1998

Disponibile su:

https://www.theatlantic.com/magazine/archive/1998/01/toward-a-global-open-society/307878/

Data di accesso: 31 marzo 2018

16. George Soros, La società aperta – Per una riforma del capitalismo globale, Ponte alle Grazie, 2001 (trad. it. di Open Society – Reforming Global Capitalism, Public Affairs, 2000), pag. 180

17. Ibid., pag. 430

18. Ibid., pag. 432

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USA sull’orlo della guerra civile a causa del globalismo

12 luglio 2016

Gli Stati Uniti d’America sono sull’orlo della guerra civile.

Dopo un numero incredibile di neri innocenti ammazzati ingiustamente e a sangue freddo da poliziotti bianchi (e – si badi bene – ciò sta accadendo sotto la presidenza Obama ed è iniziato ben prima della discesa in campo di Donald Trump), la comunità nera statunitense si è ribellata.

Non starò qui a citare Thomas Hobbes, il De Cive e il Leviathan.

Non c’è bisogno di conoscere il saggio di Malmesbury e le sue opere per capire che senza lo Stato la gente si ammazzerebbe per le strade, di continuo e per futili motivi.

La ragione di ciò è che il genere umano è naturalmente aggressivo, perché così è stato modellato dalla selezione naturale darwiniana se si ha una Weltanschauung scientifica, oppure perché discende da Caino se si ha una Weltanschauung religiosa.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/01/25/smentite-le-idiozie-di-locke-e-di-rousseau-sullo-stato-di-natura/

Ebbene, il globalismo, o mondialismo che dir si voglia, vuole eliminare lo Stato dalla faccia della terra, come continuo a ripetere da tempo.

E gli alfieri, i portabandiera, del globalismo USA sono Obama e Hillary Clinton, mentre Donald Trump ha detto in modo esplicito e cristallino:

«We will no longer surrender this country, or its people, to the false song of globalism.

The nation-state remains the true foundation for happiness and harmony.»

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/06/01/donald-trump-contro-il-globalismo/

È folle, demenziale e criminale che la propaganda mondialista persista nell’endorsement a Hillary Clinton.

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La teoria dei giochi dimostra che lo Stato è inutile? È falso

5 Mag 2014

Nel post precedente ho scritto:

«Però a partire dalla filosofia politica di John Locke (1690) è nato un tipo nuovo di ideologia antistato: sostanzialmente cristiana, ma formalmente filosofica, e verso la quale l’Occidente è indifeso, perché non ne riconosce la natura religiosa e irrazionale.

Nella cultura occidentale si è creata così, nel corso degli ultimi tre secoli, una capziosa e fallace Weltanschauung, la quale tenta di rendere razionale ciò che è invece assolutamente irrazionale: il mito dell’inutilità e della dannosità dello Stato.»

https://luigicocola.wordpress.com/2014/05/03/siamo-in-mezzo-a-un-conflitto-mondiale-ma-nessuno-ne-parla/

Ebbene, uno degli argomenti ingannevoli più recenti di questa capziosa e fallace Weltanschauung riguarda la teoria dei giochi, una teoria matematica che viene spesso utilizzata allo scopo di dimostrare che lo Stato è inutile.

Ma se la teoria dei giochi è correttamente applicata, essa non dimostra affatto che lo Stato è inutile.

Leggiamo questo passo di un notissimo testo di scienza politica:

«CAN COOPERATION OCCUR WITHOUT THE STATE?

According to Hobbes (1651/1994), life in the state of nature is “solitary, poor, nasty, brutish, and short.” This seemed to be confirmed when we found that both players in our State of Nature Game had a dominant strategy to steal rather than refrain—both players were better off stealing no matter what the other player was doing. Hobbes believed that the only way to get individuals in the state of nature to cooperate and refrain was to create a state with sufficient power to “awe” them. As we saw in our Civil Society Game, the threat of a large enough punishment by the state was sufficient to get the players to refrain. In fact, both players now had a dominant strategy to cooperate and refrain. In effect, this is Hobbes’s justification for the existence of the state. Some scholars, however, have challenged this justification by arguing that cooperation can emerge through a decentralized process in the state of nature; you do not always need to create a sovereign or a state (Axelrod 1981, 1984; Taylor 1976). These scholars claim that cooperation can occur without a sovereign as long as the individuals in the state of nature repeatedly interact with each other and care sufficiently about the future benefits of cooperation. Earlier in the chapter, we saw that cooperation or refraining was not possible when the State of Nature Game was played once. But let’s now examine what happens if the individuals in the state of nature play the game over and over again…

…The important point here is that cooperation can occur in the state of nature without needing to create a state. In effect, cooperation can evolve in the state of nature as long as the players are sufficiently concerned about the potential benefits of future cooperation. This conclusion runs directly counter to the claims of social contract theorists like Hobbes and provides support for groups like anarchists who believe that society can survive, and thrive, without a state.
That cooperation can be sustained in equilibrium without a state does not necessarily mean that we should all become anarchists, though. It turns out that cooperation is only one of a whole host of possible equilibria in the infinitely repeated State of Nature Game. For example, it is also a Nash equilibrium for both players to steal. This is relatively easy to see. If your opponent is always going to steal, then you never have an incentive to unilaterally deviate—you will always steal as well. Thus, (Steal; Steal) is another Nash equilibrium. Game theory cannot tell us which equilibrium is most likely to occur in these circumstances. As a result, there is no reason to believe that the cooperative outcome will be any more likely to occur than any of the other equilibrium outcomes. That cooperation can be sustained in equilibrium without a state does not guarantee that cooperation will, in fact, occur. Moreover, it actually takes a lot of effort for the players to sustain cooperation in the state of nature because everyone has to monitor everyone else to see who is stealing and who is not. It is also requires that the individuals get together to punish those people who have been caught stealing. In sum, although it is possible for cooperation to occur in the state of nature without a state, relying on it to emerge through some decentralized process may not be the best thing to do—the creation of a state may be a more preferable and reliable route to cooperative outcomes.»

(William Roberts Clark, Matt Golder, Sona Nadenichek Golder, Principles of Comparative Politics, CQ Press, 2013, second edition, pagg. 138-142)

Quindi la proposizione «la teoria dei giochi dimostra che lo Stato è inutile» è falsa.

Oltre a ciò, è mia opinione che l’argomento di Thomas Hobbes a cui viene applicata da tutti la teoria dei giochi, ossia, come scrivono William Roberts Clark et al., «Hobbes believed that the only way to get individuals in the state of nature to cooperate and refrain was to create a state with sufficient power to “awe” them.» (vedi a questo proposito: Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 143), non è affatto l’argomento migliore fornito dal saggio di Malmesbury per dimostrare la necessità dello Stato.

La grandezza di Thomas Hobbes sta nell’aver fornito un altro argomento per dimostrare incontrovertibilmente la necessità dello Stato (ibid., pag. 140 e pag. 142), cioè quello di cui ho scritto nel post precedente, argomento che ho denominato (depurandolo dalla sua faziosità politica) Principio di Hobbes in entrambi i miei saggi di scienza politica (Il leviatano senza spada – Una teoria del popolo italiano e del Cristianesimo, pagg. 40-43; Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, pagg. 19-23).

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Siamo in mezzo a un conflitto mondiale ma nessuno ne parla

3 Mag 2014

C’è attualmente nel mondo un aspro e sempre più crescente conflitto, ma è un conflitto nascosto, un conflitto del quale non si parla: se voi guardate la televisione e/o leggete i giornali (anche digitali), non ne troverete traccia, o quasi.

In cosa consiste questo conflitto?

Una parte del genere umano, l’Occidente, che si considera il sale della terra e la luce del mondo (e che oggettivamente lo è stato nei secoli passati, a partire dal Rinascimento, il quale fu, occorre dirlo, un fenomeno della cultura italiana), l’Occidente, dicevo, ha perso la Ragione e vuole eliminare lo Stato.

Il resto del genere umano, cioè la Russia (che è l’erede di Costantinopoli, ossia è la terza Roma), la Cina, i paesi dell’Islam (tra i quali spicca l’Iran), l’India, ecc. ecc., si sta giustamente opponendo a quest’idea folle.

Anche il Giappone e lo Stato di Israele (si chiama ufficialmente così e non Israele) si opporrebbero, se non fosse che dipendono militarmente e/o economicamente dagli Stati Uniti d’America, il paese leader della fazione che vuole eliminare lo Stato.

L’ultima manifestazione di questo conflitto è la crisi dell’Ucraina, crisi nella quale l’Occidente ha aggredito in modo plateale la Russia, mentre invece la sua propaganda accusa quest’ultima di essere l’aggressore, secondo uno schema già visto nella storia, per esempio con Hitler, vedi l’incidente di Gleiwitz, http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_di_Gleiwitz, vicenda storica che sicuramente Frau Merkel conosce. La storia si ripete.

Del resto l’Occidente spinge sul pedale della propaganda in modo forsennato: per esempio grida che vuole portare in tutto il mondo la democrazia, mentre invece la verità è che vuole eliminare lo Stato.

Oggi però tutto questo non può passare sotto silenzio, non può essere nascosto. Nell’era di internet, nell’era dell’informazione totale, la verità non può essere negata. Internet, è ovvio, si può prestare alla propaganda e alla manipolazione, ma permette comunque alla verità di manifestarsi, permette a ciascuno di decidere quale sia la verità e quale sia la menzogna.

Internet ha trasformato il mondo ed è una benedizione per l’umanità intera.

Perché dunque l’Occidente vuole eliminare lo Stato? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre.

La mia tesi, di cui sto scrivendo da tempo, sia nei miei due saggi che nei post di questo blog, è che l’origine di questa volontà di eliminare lo Stato è il Cristianesimo. Questa tesi può anche essere denominata teoria unificata delle ideologie antistato.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/03/20/la-teoria-unificata-delle-ideologie-antistato/

Deve essere chiaro che il Cristianesimo è irrinunciabile, perché, come ho mostrato in dettaglio nei miei due saggi, ci ha dato storicamente due incommensurabili benefici: l’eliminazione dello schiavismo e la nascita della scienza.

Se noi fossimo vissuti prima del Cristianesimo, la nostra vita sarebbe stata priva dei benefici apportati dalla scienza (per esempio l’efficace cura delle malattie da parte della medicina moderna) e saremmo stati esposti al rischio ben concreto di vivere in schiavitù.

Inoltre il genere umano nel suo complesso non può vivere senza religione: pensarla diversamente è solo un atto di arroganza intellettuale ed elitaria, che è possibile riscontrare purtroppo anche in pensatori sommi (per esempio Bertrand Russell).

Del resto il Cristianesimo può convivere benissimo con lo Stato, mediante due artifici alternativi tra loro, uno molto antico e l’altro più recente: la separazione tra Stato e Chiesa e la subordinazione della Chiesa allo Stato (quest’ultimo fu inventato da Costantino il Grande).

Questi due artifici sono usati efficacemente da tutti i popoli dell’Occidente, tranne quello italiano, il che costituisce l’anomalia italiana, come ho scritto più volte.

Però a partire dalla filosofia politica di John Locke (1690) è nato un tipo nuovo di ideologia antistato: sostanzialmente cristiana, ma formalmente filosofica, e verso la quale l’Occidente è indifeso, perché non ne riconosce la natura religiosa e irrazionale.

Nella cultura occidentale si è creata così, nel corso degli ultimi tre secoli, una capziosa e fallace Weltanschauung, la quale tenta di rendere razionale ciò che è invece assolutamente irrazionale: il mito dell’inutilità e della dannosità dello Stato.

Infatti eliminare i conflitti attuati con il potere della forza fisica è impossibile e da questa impossibilità nasce la necessità dello Stato, che è il mezzo naturale per gestire tali conflitti, sia che si tratti di aggressione di stranieri, sia che si tratti di torti reciproci all’interno di una comunità, come ci spiegò per la prima volta in modo approfondito Hobbes (Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 140 e pag. 142), ampliando e migliorando un concetto originale di Machiavelli (Niccolò Machiavelli, Il Principe, Rizzoli, 1991, pag. 128).

Il nodo della questione è espresso da Hobbes con queste parole:

“Divergendo, infatti, nelle opinioni concernenti il miglior uso e la migliore applicazione della loro forza, non si aiutano, ma si ostacolano a vicenda e, con la reciproca opposizione, riducono la loro forza a nulla…”

(Thomas Hobbes, op. cit., pag. 140)

Nell’originale inglese:

“For being distracted in opinions concerning the best use and application of their strength, they do not help, but hinder one another, and reduce their strength by mutual opposition to nothing…”

(Thomas Hobbes, Leviathan, prepared for the McMaster University Archive of the History of Economic Thought by Rod Hay, pag. 104, XVII: Of the Causes, Generation, and Definition of a Commonwealth, disponibile su: http://ebookbrowsee.net/gdoc.php?id=52021357&url=9d32467d4831e17f19d83845ff1deac8&c=146451481, data di accesso odierna)

Ho denominato la spiegazione di Hobbes (depurandola dalla sua faziosità politica) Principio di Hobbes in entrambi i miei saggi di scienza politica (Il leviatano senza spada – Una teoria del popolo italiano e del Cristianesimo, pagg. 40-43; Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, pagg. 19-23).

Lo Stato consiste in questo: nel porre sotto un solo centro di comando (che può essere costituito da un uomo o da più uomini) il potere della forza fisica di tutti i membri di una comunità, perché solo così si può assicurare, per quanto riguarda l’esercito, la coordinazione e la strategia e, per quanto riguarda la legge, la terzietà e l’imparzialità.

Si tratta dunque del modo di gestire efficacemente il potere della forza fisica in tutti i gruppi umani che gestiscono tale potere (anche nei piccoli gruppi e perfino quando non c’è il fattore territorio di cui scrisse Max Weber, per esempio nelle popolazioni nomadi).

Ciò non va confuso con la forma di governo, che è tutt’altra cosa.

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Il tempo delle parole sta per terminare

10 febbraio 2014

Leggo l’articolo di Francesco Alberoni intitolato:

Non saranno i fanatici a salvare il Paese

Abbiamo bisogno di razionalità e fermezza non di odio e violenza

Esso finisce così:

«Quando l’uomo razionale incontra il fanatico resta annichilito, si accorge che l’altro lo odia e vorrebbe solo annientarlo. Guardiamo quali sciagure provoca il fanatismo religioso in Medio Oriente. Ma anche la nostra vita politica è stata intollerante ed oggi vi si è aggiunto un movimento carico di odio e di violenza. Per questo è doveroso chiedere agli studiosi, agli intellettuali e ai giornalisti di condannare con decisione tutte le tendenze violente e irrazionali [il corsivo è mio], e di fare ogni sforzo, anche su se stessi, per evitare la rissa e il disordine. La nostra democrazia ha bisogno di fermezza e di razionalità. Le sole qualità che ci porteranno fuori dalla tempesta in cui ci siamo cacciati.»

http://www.ilgiornale.it/news/interni/990705.html

Alberoni mette in contrapposizione la razionalità con la violenza.

Ebbene, proprio in nome della Ragione, io trovo che questa contrapposizione è completamente errata.

Vorrei rammentare ad Alberoni la famosa frase di Thomas Hobbes: «E patti senza la spada non sono che parole…».

Il tempo delle parole sta per terminare.

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La vera causa dell’11 settembre

22 giugno 2013

Da circa tre secoli l’Occidente sta cercando di suicidarsi, ossia dalla pubblicazione, nel 1690, dei Due trattati sul governo di John Locke.

Questa è la tesi da me sostenuta nei miei due saggi di scienza politica (la loro icona è visibile sotto il titolo di questo blog) e in molti miei post.

Infatti Locke ha imposto all’Occidente il mito della dannosità dello Stato, come ho scritto in un post precedente:

È dal mito della dannosità dello Stato che, nel Settecento, nasce la filosofia politica di Rousseau e, nell’Ottocento, da un lato quella di Marx e di Engels (il comunismo) e dall’altro quella di Proudhon (l’anarchismo).

Mentre l’anarchismo è semplice da comprendere, non è intuitivo riconoscere il nesso tra comunismo e volontà di eliminare lo Stato. La questione è brillantemente approfondita da Norberto Bobbio e ne ho riferito qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/09/04/perche-il-comunismo-e-unideologia-contraria-allo-stato/

Nel Novecento assistiamo poi al fallimento (ampiamente prevedibile) sia dell’anarchismo che del comunismo.

Nello stesso secolo, però, vediamo nascere altre due ideologie aventi la stessa origine (il mito della dannosità dello Stato) e lo stesso scopo (eliminare lo Stato, a qualsiasi costo): l’europeismo e il multiculturalismo.

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/23/il-mito-della-dannosita-dello-stato/

Perché eliminare lo Stato significa suicidarsi? Perché lo Stato è indispensabile, in quanto, come spiegato per la prima volta in modo approfondito da Thomas Hobbes, esso ha la funzione sia di proteggere la comunità dagli attacchi di aggressori stranieri (mediante l’esercito), sia di proteggerla dai torti reciproci (mediante la legge).

È imperativo comprendere che le ideologie antistato sono una faccenda esclusivamente cristiana, come ho evidenziato nei miei due saggi di scienza politica.

Sia nell’Ebraismo che nell’Islam lo Stato non è affatto visto come nemico. Lo stesso era per gli antichi greci e gli antichi romani.

Anche la teoria lockiana, che a prima vista sembra una teoria esclusivamente filosofica, ha una matrice inconfondibilmente religiosa. Leggiamo infatti questo passo di Locke:

“La legge di natura, dunque, costituisce una norma eterna per tutti gli uomini, per i legislatori come per gli altri. Le norme che essi emanano per governare la condotta degli uomini devono, alla stessa stregua delle loro azioni e delle azioni altrui, essere conformi alla legge di natura, ovvero alla volontà di Dio, della quale essa costituisce una proclamazione…” (John Locke, Due trattati sul governo, Edizioni Plus, 2007, pag. 270).

Ma qual è il Dio di cui parla Locke? È ovviamente il suo Dio, ovvero il Dio del Cristianesimo.

È vero che il comunismo fu adottato anche dai cinesi e da altri popoli asiatici non cristiani. Ma questo è accaduto per la peculiarità della teoria marx-engelsiana, la quale prevede sì la scomparsa dello Stato, ma solo nello stadio finale. Nel frattempo c’è la dittatura del proletariato, come spiega brillantemente Bobbio (vedi sopra).

Ciò ha causato la popolarità del comunismo anche in culture asiatiche molto propense, storicamente, alle forme di governo dispotiche (il ben noto dispotismo asiatico ovvero dispotismo orientale, concetto che risale ad Aristotele).

Ritornando ai nostri giorni, a mio giudizio, l’attacco dell’11 settembre 2001 è stato causato proprio dall’esibizione di debolezza dell’Occidente.

È ovvio che se si vuole eliminare lo Stato, le cui funzioni fondamentali sono l’esercito e la legge (vedi Niccolò Machiavelli, Il Principe, 1991, Rizzoli, pag. 128; Thomas Hobbes, Leviatano, 2009, Laterza, pag. 142; Norberto Bobbio, Stato, governo, società, 1995, Einaudi, pag. 124), si diventa deboli, anzi si commette suicidio.

Che poi tale attacco sia stato sferrato negli USA è facile da spiegare: perché gli USA sono il campione dell’Occidente.

È da rimarcare che il Trattato di Maastricht è del 1992 e l’introduzione (non fisica) dell’euro è del 1999. Come hanno affermato economisti di vaglia, l’euro è stato creato proprio per distruggere lo Stato, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/12/19/perche-gli-economisti-non-si-interrogano-seriamente-sulla-volonta-europea-di-distruggere-lo-stato/

Osservatori intelligenti e attenti (e soprattutto non cristiani) avranno certamente compreso nel 1999 che l’Occidente si era indebolito. Non è gratuito quindi concepire l’attacco dell’11 settembre come il colpo del knock-out.

In quest’ottica, insistere sull’europeismo e sul multiculturalismo, vale a dire continuare a esibire la volontà di eliminare lo Stato, potrebbe portare a nuovi attacchi all’Occidente.

Più l’Occidente delegittima lo Stato, più si espone ad attacchi.

È una constatazione elementare, che però sembra sfuggire a molti.

Ed è inutile, o scarsamente utile, affidarsi poi a misure repressive, le quali seguono inevitabilmente una logica reattiva invece che proattiva.

Esse, lungi dal costituire un’esibizione di forza, costituiscono una plateale manifestazione di impotenza.

Come ci spiega il secondo principio della termodinamica, quando si fa la frittata, non è poi possibile ritornare alle uova integre. In inglese mi pare si dica: “you can’t unscramble a scrambled egg”.

Ce lo spiega anche Lewis Carroll:

“Humpty Dumpty sat on a wall:

Humpty Dumpty had a great fall.

All the King’s horses and all the King’s men

Couldn’t put Humpty Dumpty in his place again.”

È proprio così che l’American dream si è trasformato nell’American nightmare.

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Non bisogna confondere lo statalismo con lo Stato

7 novembre 2012

Alcuni confondono il cosiddetto statalismo con lo Stato. C’è molta confusione su questi argomenti di scienza politica.

Così noi oggi viviamo circondati da oggetti ipertecnologici, che sono costruiti grazie a concetti scientifici estremamente raffinati, ma brancoliamo nel buio dell’ignoranza per quanto riguarda i principi fondamentali della convivenza con il nostro prossimo.

Questo è veramente un paradosso.

Alla base della scienza politica ci sono i concetti di Stato e di forma di governo. Non bisogna confondere questi concetti con quello riguardante le politiche di redistribuzione delle risorse economiche. Quando noi usiamo il termine “statalismo”, stiamo indicando una politica di accentuata redistribuzione delle risorse economiche, ossia lo stato sociale, in inglese welfare state.

Si può essere, oppure no, favorevoli allo stato sociale (personalmente io sono favorevole), ma questo non c’entra nulla col concetto di Stato e neanche con il concetto di democrazia, la quale è una forma di governo (ce n’è più d’una).

Cos’è lo Stato? È l’istituzione politica che, come scrive Hobbes nel Leviatano, difende la comunità “dall’aggressione di stranieri” (mediante l’esercito) “e dai torti reciproci” (mediante la giustizia) (Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 142).

Hobbes comunque va interpretato, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/11/02/e-sbagliato-spiegare-i-difetti-della-societa-italiana-in-termini-di-questione-morale/

Lo Stato è indispensabile e la sua esistenza è messa in dubbio soltanto dalle ideologie antistato, un esempio delle quali è l’europeismo.

Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, lo Stato è una realtà indiscussa. Il pragmatismo e la concretezza degli americani rendono impossibile metterlo in dubbio, se non a livello di infime minoranze.

La tesi di alcuni storici contemporanei che la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna è a mio parere falsa, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/10/ma-lo-stato-e-sempre-esistito-oppure-e-uninvenzione-recente/

La democrazia, parola con la quale spesso in Italia ci si riempie la bocca a sproposito, è quella particolare forma di governo che è basata sul principio della divisione (o separazione) dei poteri.

Questo principio ha lo scopo di permettere la libertà politica: senza divisione dei poteri non ci può essere libertà politica.

È lapalissiano che avere la libertà politica è meglio che non averla, sebbene nei momenti storici in cui occorra un cambiamento drastico sia spesso necessario farne momentaneamente a meno.

Nell’Evo Antico la cultura greca e quella romana hanno offerto grandi esempi di tale principio.

Nel Medio Evo quest’ultimo era ignorato, per il semplice motivo che in tale periodo storico (del tutto eccezionale e limitato all’Occidente) non c’era più lo Stato: non ci può essere una forma di governo senza Stato.

A questo proposito vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/05/domanda-cose-la-democrazia/

Nell’Evo Moderno i primi ad applicare il principio della divisione dei poteri furono gli inglesi, dopo la Gloriosa Rivoluzione (1688). Per la loro tipica tendenza all’understatement, essi lo chiamano spesso principio dei controlli e dell’equilibrio (system of checks and balances). Da precisare che tale principio non si identifica affatto con la classica tripartizione di Montesquieu (potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario): questa tripartizione ne è solo un caso particolare.

Il primo autore a scrivere del principio della divisione dei poteri nell’Evo Moderno fu, nel Cinquecento, Niccolò Machiavelli, nella sua opera Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Siccome molti italiani sono all’oscuro di tale opera, conoscendo soltanto Il Principe, si parla spesso a vanvera del grandissimo Machiavelli, che può essere a buon diritto considerato il padre della scienza politica, scambiandolo per un propugnatore dell’assolutismo.

Paradossalmente la cultura inglese conosce i Discorsi meglio di quella italiana (perché non fu influenzata dall’Index librorum prohibitorum della Chiesa di Roma, vedi avanti).

Ecco infatti cosa scrive Bertrand Russell, un uomo della cui intelligenza è impossibile dubitare, sui Discorsi di Machiavelli:

“Ci sono interi capitoli che sembrano quasi scritti da Montesquieu; la maggior parte del libro avrebbe potuto ricevere l’assenso di un liberale del XVIII secolo. La dottrina dei controlli e dell’equilibrio è esposta esplicitamente [il corsivo è mio]…

…La costituzione repubblicana di Roma era buona, proprio per il conflitto tra il Senato e il popolo.”

(Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, 1967, Longanesi, pag. 668).

Vediamo cosa scrive di Machiavelli l’insigne politologo americano Robert A. Dahl:

“Probabilmente l’esempio più evidente di approccio noncognitivista alla teoria politica è costituito dal pensiero di Thomas Hobbes, che era politicamente un monarchico [il corsivo è mio]. Benché Machiavelli non abbia mai espresso in modo elaborato le sue opinioni a questo proposito, sembra che anch’egli sia stato noncognitivista, e naturalmente un sostenitore accanito della repubblica [il corsivo è mio].”

(Robert A. Dahl, Introduzione alla scienza politica, 1970, Il Mulino, pag. 193).

Parlavo prima dell’Index librorum prohibitorum della Chiesa di Roma. Ebbene, andate qui e scrivete solo il cognome, in questo caso Machiavelli, e poi cliccate su Search:

http://search.beaconforfreedom.org/search/censored_publications/

Potrete così leggere che la Chiesa di Roma proibì sia Il Principe che i Discorsi.

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Stato confusionale

19 ottobre 2012

Per caso, compulsando Google, capito su un post che ha come titolo una frase di Agostino d’Ippona:

“UNO STATO SENZA GIUSTIZIA NON E’ ALTRO CHE UNA BANDA DI LADRI”

http://www.cortiledeigentili.com/it/blog/nuovo-umanesimo/item/550-11-uno-stato-senza-giustizia-non-e-altro-che-una-banda-di-ladri.html

Questa frase è diventata d’attualità perché è stata citata recentemente dal papa Benedetto XVI.

Ma la cosa assai divertente è che nel suddetto post c’è, proprio sotto il titolo, una grande immagine.

Cos’è quest’immagine? È quella, famosissima, riportata sul frontespizio della prima edizione (la cosiddetta “Head edition” del 1651) del “Leviatano” di Thomas Hobbes.

Vedi infatti:

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Leviathan_gr.jpg

Ora, unire insieme una citazione di Sant’Agostino (il quale, oltreché santo, è anche uno dei 35 Dottori della Chiesa) con il “Leviatano” di Hobbes è cosa al contempo spiritosa e scellerata.

È appena il caso di ricordare che tutto ciò che scrisse Hobbes (l’opera omnia) fu messo all’indice dalla Chiesa di Roma (cioè nell’Index librorum prohibitorum), vedi qui:

http://search.beaconforfreedom.org/search/censored_publications/

Basta inserire il solo cognome, in questo caso Hobbes, e cliccare su Search.

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