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È sbagliato spiegare i difetti della società italiana in termini di questione morale

2 novembre 2012

Quando si parla dei difetti della società italiana (che sono molti, gravi e cronici), la spiegazione che usualmente se ne dà è questa: che gli italiani difettano di etica.

Se ne parla, cioè, come se fosse un problema di vizi e di virtù, ossia in termini di questione morale, che è poi un leitmotiv (ma non un monopolio) della sinistra politica italiana.

Un esempio chiarissimo di ciò si trova nel libro Toghe rotte, di cui ho già scritto in un post precedente:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/07/10/lignoranza-ci-sta-sommergendo-2/

Toghe rotte è un libro valido e condivisibile finché parla del lavoro dei magistrati italiani (che gli autori conoscono benissimo, essendo, appunto, magistrati italiani), ossia finché non si arriva all’ultimo capitolo, nel quale gli autori dovrebbero spiegare perché la giustizia italiana funzioni così male (come essi stessi hanno ferocemente mostrato nei capitoli precedenti) e illustrarne i rimedi.

Ahimè, questo capitolo, significativamente intitolato dagli autori Il capitolo più difficile, non coglie nel segno, perché essi, ferratissimi in giurisprudenza, difettano assai della conoscenza della scienza politica, che è (ovviamente a mio personale giudizio) l’unico strumento che permetta la comprensione dei fenomeni di cui stiamo parlando.

Che essi conoscano assai poco la scienza politica è dimostrato da questa perla, che si trova a pagina 161 (Toghe rotte, a cura di Bruno Tinti, Chiarelettere Editore, quarta edizione, ottobre 2007):

“…quindi secondo le regole di separazione dei poteri inventate dopo la Rivoluzione francese…”

Questa frase (coll’aggravante del corsivo!) mostra in modo inequivocabile l’ignoranza dei concetti basilari della scienza politica. Sarebbe bastato dare uno sguardo a Wikipedia (alla voce Separazione dei poteri).

Ebbene, in Toghe rotte, a pag. 155, ossia nella seconda pagina dell’ultimo capitolo, noi possiamo leggere qual è, secondo gli autori, il rimedio alla malagiustizia italiana:

“In due parole, e cominciando dalla fine: deve cambiare tutto. Deve cambiare la cultura etica del nostro paese. Debbono cambiare quelli che fanno politica e debbono cambiare i giudici italiani.”

Come si può notare, si parla di “cultura etica”, ossia della questione morale.

Il resto del capitolo non fa che ricamare su tale questione.

E risulta incredibile la contraddizione costituita dal fatto che in tutto il libro, tranne che nell’ultimo capitolo, viene descritta la giustizia italiana come ipergarantista, perdonista e debole, mentre poi proprio nell’ultimo capitolo, nel quale si dovrebbero tirare le somme, si arriva invece ad affermare:

“Non c’è un’alternativa. O c’è una legge e la si rispetta, o la legge che si applica è quella del più forte.” (pag. 155)

“Quindi la «forza» è in concorrenza con la «giustizia».” (pag. 160)

In altre parole la giustizia, secondo gli autori, prescinde dalla forza, anzi è in antitesi con essa.

Ne discende che il rispetto della legge non può essere altro che una pura scelta etica personale.

Questa è una concezione diametralmente opposta a quella espressa dalla teoria dello Stato, secondo la quale:

a) “…lo Stato è quella comunità umana che all’interno di un determinato territorio – quello del «territorio» costituisce un segno distintivo – rivendica per sé (con successo) il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica.(Max Weber, La politica come professione, Armando, 2005, pagg. 32-33).

b) La “forza fisica” è il “mezzo specifico” dello Stato (Max Weber, ibid., pag. 32).

c) Le “due funzioni essenziali” dello Stato sono “la milizia e i tribunali” (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124).

d) L’idea dell’«estinzione dello stato» è “un’ubbia, una specie di fissazione”, in quanto: “…non vi saranno più matrimoni infelici, incidenti automobilistici, delitti sessuali? E se vi saranno a chi spetterà il còmpito di proclamare la separazione o il divorzio, il risarcimento del danno e la pena, se non a un giudice, e a chi di farle eseguire se non a funzionari muniti di forza?” (Norberto Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, 2005, pagg. 158-159).

Perché esistono queste due concezioni diametralmente opposte? Ebbene, si torna sempre, come ho più volte scritto, alla concezione dello stato di natura di Hobbes e a quella dello stato di natura di Locke, i due grandi filosofi inglesi del Seicento.

Se lo stato di natura del genere umano è definibile così: “…la condizione degli uomini fuori della società civile (condizione che si può ben chiamare stato di natura), non è altro che una guerra di tutti contro tutti…” (Thomas Hobbes, De cive, Editori Riuniti, 1979, pagg. 72-73), è ovvio che la questione morale non c’entra un bel nulla con i difetti della società italiana e la causa di questi ultimi risiede nel fatto che lo Stato italiano è uno Stato cronicamente collassato, ossia uno Stato fallito, che non può espletare compiutamente ed efficacemente le sue “due funzioni essenziali”, ossia “la milizia e i tribunali”, come ho scritto in post precedenti.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/09/30/il-collasso-cronico-dello-stato-italiano-cose-e-perche-esiste/

Se invece lo stato di natura del genere umano è definibile in questo modo: “…uno stato di pace, buona volontà, mutua assistenza e conservazione…” (John Locke, Due trattati sul governo, Edizioni Plus, 2007, pag. 198), l’uomo è un essere naturalmente buono e mite, e non ha bisogno dello Stato per vivere in armonia coi propri simili. La causa dei difetti della società italiana consiste quindi nel fatto che gli italiani hanno lasciato la via naturale, ossia la retta via, quella del bene, e imboccato una via contronatura, la via del male. In altre parole essi si comportano in modo eticamente riprovevole. Ed è giusto allora parlare di questione morale.

Occorre puntualizzare che mentre la concezione hobbesiana è del tutto laica, quella lockiana è una concezione che può sembrare di natura filosofica, ma che in realtà è di natura religiosa. Leggiamo infatti quest’altro passo di Locke:

“La legge di natura, dunque, costituisce una norma eterna per tutti gli uomini, per i legislatori come per gli altri. Le norme che essi emanano per governare la condotta degli uomini devono, alla stessa stregua delle loro azioni e delle azioni altrui, essere conformi alla legge di natura, ovvero alla volontà di Dio, della quale essa costituisce una proclamazione…” (John Locke, ibid., pag. 270) .

Il grosso difetto della filosofia politica di Hobbes è che egli collega la sua teoria dello Stato con la forma di governo da lui preferita, la monarchia assoluta. Ma questo collegamento non è necessario, anzi è un artificio vero e proprio, che Hobbes adopera pro domo sua, come ho mostrato nei due saggi di scienza politica che ho scritto: Il Leviatano senza spada e Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/09/21/per-capire-il-disastro-europeo-e-il-disastro-italiano/

Copyright © 2012 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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La giustizia senza Stato: ecco lo stupido e ridicolo concetto che l’intellighenzia italiana ha della giustizia

18 ottobre 2012

Leggo sul Fatto Quotidiano del 16 ottobre Alcune proposte contro il marcio, un articolo di Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega.

Con altro titolo, Come sconfiggere il partito dell’impunità, si trova anche in rete:

«Come direbbe Giulio Cesare, “Italia est omnis divisa in partes tres”: il partito della legalità, il partito dell’impunità, il partito dei quaquaraquà. Quest’ultimo è decisivo, poiché denunciando come manichea l’intransigenza nella lotta contro l’impunità, garantisce i “porci comodi” di ladri corrotti e mafiosi. Col belletto della buona coscienza “moderata”, per soprammercato…

…L’impotenza del partito della legalità non è affatto una fatalità, però, come troppi ormai si sono rassegnati a pensare. Possiamo re-agire. Con la mobilitazione e con iniziative istituzionali, utilizzando in sinergia il web, la piazza, le procedure che la Costituzione offre.»

http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-sconfiggere-il-partito-dellimpunita/

Come può pensare Flores d’Arcais che una di quelle che Bobbio chiama «le due funzioni essenziali» dello Stato, ossia «la milizia e i tribunali» (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124), possa essere svolta efficacemente e compiutamente da parte dello Stato italiano, che è uno Stato fallito, sia per l’antica mancanza di separazione tra Stato e Chiesa, sia perché ha oggi rinunciato alla sua sovranità (del resto immaginaria) in favore di quell’assurdità chiamata Unione Europea?

E infatti nell’articolo suddetto non c’è traccia della parola «Stato».

Suppongo che per Flores d’Arcais sia un termine riprovevole o, forse, rimosso.

Insomma, egli pensa a una giustizia senza Stato!

Egli, nel suo articolo, arriva ad auspicare «pene americane» e «manette agli evasori».

Ma chi, chi in nome di Dio, avrà la forza, «la forza fisica», che è il «mezzo specifico» dello Stato di cui scrive Max Weber (Max Weber, La politica come professione, Armando, 2005, pag. 32), per attuare concretamente le «pene americane» e le «manette agli evasori»?

Solo lo Stato può fare questo!

Lo stupido e ridicolo concetto di una giustizia senza Stato è il tragico risultato del credere fermamente in ciò che Bobbio definisce «un’ubbia, una specie di fissazione», ossia nell’idea dell’«estinzione dello stato» (Norberto Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, 2005, pag. 158).

Come ho più volte scritto nei post precedenti, quest’idea dell’inutilità, anzi della dannosità, dello Stato è un mito, che è nato dalla filosofia politica di John Locke e dal quale la sinistra italiana è posseduta.

Come spiega brillantemente Bobbio: «…non vi saranno più matrimoni infelici, incidenti automobilistici, delitti sessuali? E se vi saranno a chi spetterà il còmpito di proclamare la separazione o il divorzio, il risarcimento del danno e la pena, se non a un giudice, e a chi di farle eseguire se non a funzionari muniti di forza?» (Norberto Bobbio, ibid., pagg. 158-159).

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Gli Stati non sono razzi e non hanno una funzione propulsiva

21 luglio 2012

Ho visto ieri sera in TV la trasmissione di Gianluigi Paragone “L’ultima parola”. E ho sentito l’ex ministro Maroni dire assurdità del tipo, ad esempio, che «…gli Stati nazionali, così come li conosciamo, hanno finito la loro funzione propulsiva…».

Vedi:

http://video.corriere.it/maroni-sbagliato-entrare-euro-ma-non-bisogna-uscirne/5ca82730-d310-11e1-acdf-447716ba2f20

Se Norberto Bobbio fosse ancora vivo e fosse stato presente, avrebbe spiegato a Maroni (laureato in giurisprudenza, ex ministro dell’interno ed ex ministro del lavoro) che l’idea dell’«estinzione dello stato» è «un’ubbia, una specie di fissazione», in quanto: «…non vi saranno più matrimoni infelici, incidenti automobilistici, delitti sessuali? E se vi saranno a chi spetterà il còmpito di proclamare la separazione o il divorzio, il risarcimento del danno e la pena, se non a un giudice, e a chi di farle eseguire se non a funzionari muniti di forza?» (Norberto Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, 2005, pagg. 158-159).

Si tratta, cioè, di una delle «due funzioni essenziali» dello Stato: «la milizia e i tribunali» (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124).

Non esiste una terza funzione dello Stato, quella propulsiva, come sembra ritenere invece l’ex ministro Maroni.

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Perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi

18 luglio 2012

Come ho già scritto in un post precedente, da quando John Locke pubblicò i Due trattati sul governo (Edizioni Plus, 2007), ossia dal 1690, l’Occidente non fa che sfornare ideologie che hanno lo scopo di eliminare lo Stato.

Dato che lo Stato (intendo uno Stato vero, ossia sovrano) è indispensabile per proteggere la comunità sia “dall’aggressione di stranieri” (che, oggi lo sappiamo, può essere anche un’aggressione condotta con le armi dell’economia), sia “dai torti reciproci” (per opporsi a questi ultimi lo Stato adopera le leggi), come scritto da Thomas Hobbes (Leviatano, 2009, Laterza, pag. 142) e ribadito da Norberto Bobbio (Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124; Politica e cultura, Einaudi, 2005, pagg. 158-159), sfornare ideologie che hanno lo scopo di eliminare lo Stato non vuol dire altro che tentare di suicidarsi.

Bobbio ha fornito un elenco di queste ideologie (comunismo, anarchismo, ecc. ecc.) in Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pagg. 122-125. Oggi bisogna aggiornare quest’elenco, aggiungendo l’europeismo e il multiculturalismo.
L’origine e lo scopo dell’europeismo e del multiculturalismo sono gli stessi di quelli dell’anarchismo e del comunismo. L’origine è il concetto di stato di natura di Locke, lo scopo è quello di eliminare lo Stato.

La mia tesi è infatti questa: Locke descrivendo l’uomo come un essere che allo stato di natura è virtuoso e razionale, un essere che vive naturalmente in armonia con i propri simili, ha introdotto nella cultura occidentale il mito dell’inutilità (anzi della dannosità) dello Stato. Lo Stato deve essere quindi eliminato. È l’irrealistico concetto dello stato di natura di Locke a condurre, nel Settecento, a Rousseau e infine, nell’Ottocento, a Marx, Engels e al comunismo da un lato e a Proudhon e all’anarchismo dall’altro.

In altre parole, il concetto di stato di natura di Locke ha prodotto nel corso del tempo una sorta di credenza religiosa, o meglio parareligiosa, che consiste nella volontà di eliminare a tutti i costi lo Stato.
Ma la realtà delle cose è ben diversa e ogni tentativo di eliminare lo Stato fallisce (come sono falliti l’anarchismo e il comunismo nel Novecento).

Così il fallimento dell’euro (il disastro europeo) è in realtà l’epifenomeno di qualcosa di molto più grande, di cui nessuno parla. Si tratta, cioè, di una tendenza autodistruttiva continua dell’Occidente. Questa tendenza non ha niente a che fare con gli immaginari cicli vitali ineluttabili di Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente, 1978, Longanesi), né, tantomeno, con le teorie del complotto (vedi Wikipedia, Teoria del complotto), che vanno così di moda oggi.

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La fissazione

11 luglio 2012

Da quando John Locke pubblicò i “Due trattati sul governo” (Edizioni Plus, 2007), ossia dal 1690, l’Occidente non fa che sfornare ideologie che hanno lo scopo di eliminare lo Stato.

Il comunismo e l’anarchismo sono le più famose di esse e Norberto Bobbio descrive mirabilmente l’essenza di entrambi in “Stato, governo, società” (Einaudi, 1995, pagg. 122-125).

Oggi, dopo che la storia ha cacciato fuori dalla porta il comunismo e l’anarchismo, le due decrepite ideologie antistato, quella che Bobbio definisce «un’ubbia, una specie di fissazione», ossia l’idea dell’«estinzione dello stato» (“Politica e cultura”, Einaudi, 2005, pag. 158), è rientrata dalla finestra con le sembianze dell’europeismo e del multiculturalismo.

Sono queste le nuove forme dell’Utopia, i nuovi nomi di una vecchia illusione.

Ho approfondito la questione nel mio saggio di scienza politica: “Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi” (19 aprile 2012, prima edizione), vedi:

http://www.lulu.com/shop/luigi-cocola/le-nuove-forme-dellutopia-europeismo-e-multiculturalismo/paperback/product-20071124.html

Occorre capire bene cosa significhi nella lingua italiana la parola “fissazione”: Idea fissa, pensiero ossessivo. Sinonimo: mania.

Vedi:

http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/F/fissazione.shtml

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