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Analisi miserevoli VI: la tesi di Douglas Murray

18 gennaio 2018

Leggo un articolo di Robert W. Merry pubblicato il 4 gennaio 2018 su The American Conservative, poi, l’8 gennaio, su Strategic Culture Foundation e infine tradotto in italiano su Voci dall’estero:

How Europe Built Its Own Funeral Pyre, Then Leapt In
Mass immigration, guilt and a continent on the brink of ‘societal catastrophe.’

«The single most significant issue of our time is not North Korea’s drive to develop long-range nuclear missiles. It is not the threat posed to Europe by the Russian land power or the threat posed to America’s Asian dominance by Chinese sea power. It is not Iran’s growing Mideast influence, nor the ongoing investigation into Russian meddling in U.S. elections and possible “collusion” by the Trump campaign.

No, the defining issue of our day is mass immigration into the nations of Western heritage [il neretto è mio]. This growing inflow threatens to remake those nations and overwhelm their cultural identity. This is the issue that played the largest role in getting Donald Trump elected. It drove Britain’s Brexit vote. It is roiling the European continent, mounting tensions inside the EU and driving a wedge between the elites of those nations and their general populations.

Indeed, the central battlefront in the immigration wars is Europe, which accepted a trickle of immigrants in the immediate postwar era due to labor shortages. But over the years the trickle became a stream, then a growing river, and finally a torrent—to the extent that ethnic Britons are now a minority in their own capital city [il neretto è mio], refugee flows into Germany went from 48,589 in 2010 to 1.5 million in 2015, and Italy, a key entry point, received at one point an average of 6,500 new arrivals a day.

Throughout all this, the European elites celebrated the change and imposed a kind of thought enforcement regime against those who raised questions [il neretto è mio]. The in-migration was initially hailed as an economic boon; then as a necessary corrective to an aging population; then as a means of spicing up society through “diversity”; and finally as a fait accompli, an unstoppable wave wrought by the world’s gathering globalization [il neretto è mio]. Besides, argued the elites, the new arrivals would all become assimilated into the European culture eventually, so what’s the problem? Meanwhile, public opinion surveys over decades showed that large majorities of Europeans harbored powerful misgivings about these changes…»

http://www.theamericanconservative.com/articles/how-europe-built-its-own-funeral-pyre-then-leapt-in/

https://www.strategic-culture.org/news/2018/01/08/how-europe-built-its-own-funeral-pyre-then-leapt-in.html

In italiano:

Come l’Europa si è costruita la sua pira funeraria, e poi ci è saltata sopra

«Immigrazione di massa, senso di colpa e un continente sull’orlo della catastrofe sociale
Il principale problema della nostra epoca non è la spinta nordcoreana allo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio. Non è nemmeno la minaccia all’Europa rappresentata dalla Russia o la minaccia al dominio americano sull’Asia rappresentata dalla potenza marittima cinese. Non è neppure la crescente influenza dell’Iran sul Medio Oriente, e nemmeno l’attuale indagine sul coinvolgimento russo nelle elezioni USA e la possibile “collusione” con la campagna di Trump.

No, il problema che definisce la nostra epoca è l’immigrazione di massa nelle nazioni occidentali [il neretto è mio]. Il crescente influsso minaccia di rimodellare queste nazioni e travolgere la loro identità culturale. Questo è il tema che ha giocato il ruolo più importante nell’elezione di Donald Trump. Che ha spinto il voto sulla Brexit. Che sta intorbidendo il continente europeo, creando tensioni all’interno dell’UE ed erigendo una netta separazione tra le élite di queste nazioni e la loro popolazione.

Il campo di battaglia principale nella guerra dell’immigrazione è infatti l’Europa. Che ha accolto uno stillicidio di immigrati nell’era successiva alla guerra a causa della mancanza di manodopera. Ma negli anni lo stillicidio è divenuto un flusso, poi un fiume crescente, e infine una piena – al punto che gli uomini di etnia britannica sono ormai una minoranza nella loro stessa capitale [il neretto è mio], i flussi di immigrati in Germania sono passati da 49.589 nel 2010 a 1,5 milioni nel 2015 e l’Italia, uno dei principali punti di sbarco, ha ricevuto per un certo periodo flussi di 6.500 arrivi in media al giorno.

Nel frattempo, le élite europee festeggiavano, e imponevano una sorta di regime di costrizione del pensiero nei confronti di chi sollevava dubbi a riguardo [il neretto è mio]. L’immigrazione è stata inizialmente osannata come un beneficio economico, poi come un necessario correttivo per una popolazione in via di invecchiamento; quindi come una maniera di vivacizzare la società attraverso la “diversità”; e infine come un fatto compiuto, un’onda inarrestabile portata dall’inarrestabile processo di globalizzazione [il neretto è mio]. Inoltre, sostenevano le élite, i nuovi arrivati sarebbero stati assimilati alla cultura europea, prima o poi, quindi qual era il problema? Nel frattempo, i sondaggi di opinione pubblica nei decenni mostravano che una grande maggioranza degli europei aveva forti perplessità su questi cambiamenti…»

http://vocidallestero.it/2018/01/10/come-leuropa-si-e-costruita-la-sua-pira-funeraria-e-poi-ci-e-saltata-sopra/

In questo articolo Robert W. Merry commenta il recente libro di Douglas Murray: The Strange Death of Europe: Immigration, Identity, Islam.

La diagnosi, l’islamizzazione dell’Europa e dell’Occidente, è giusta, ma la spiegazione di ciò è sbagliata.

Quindi non ho esitazioni a mettere la tesi esplicativa di Murray, che Merry evidentemente approva, nella classe delle analisi miserevoli, classe di cui ho già scritto in questo blog.

La tesi di Douglas Murray è questa: gli europei, anzi gli occidentali, si vogliono suicidare perché sono afflitti da un senso di colpa storico che egli chiama «tyranny of guilt», in italiano «tirannia del senso di colpa».

Ma scherziamo?

Il mondialismo (o globalismo, in inglese globalism) è un fenomeno di dimensioni colossali, che non può essere spiegato in questo modo così banale ed elementare, oserei dire ridicolo.

Ho proposto nel 2014 una spiegazione razionale del mondialismo con la Teoria unificata delle ideologie antistato, vedi per esempio il mio post precedente:

https://luigicocola.wordpress.com/2018/01/10/la-mia-analisi-del-mondialismo-e-delle-ideologie-antistato/

Merry scrive nel suo articolo: «Forse la maggioranza rinuncerà semplicemente alla propria opinione per sposare quella delle élite globaliste, basata sulla loro fede nel trionfo finale dell’ethos liberale [il neretto è mio] e sul loro odio dei confini nazionali. Ma forse no. Potrebbe attenderci una potente reazione.»

La «fede nel trionfo finale dell’ethos liberale» altro non è che la fede nella seconda venuta di Cristo, cioè nella parusìa intermedia, cioè nel ritorno glorioso di Cristo.

Infatti il Nuovo Ordine Mondiale altro non è che la versione laica e moderna del Regno di Cristo sulla terra di cui parla (solo e unicamente) l’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento.

Un esempio poetico è quello della canzone Imagine di John Lennon, che tutti conoscono.

Si tratta di un delirio culturale (in inglese cultural delusion) provocato da un potentissimo e letale meme egoista (in inglese selfish meme): la prescrizione di eliminare lo Stato contenuta nell’Apocalisse di Giovanni, prescrizione che va sotto il nome di millenarismo (in inglese millenarianism o millennialism).

Questo meme egoista, il millenarismo, si è caricato come una molla per quasi due millenni e adesso si sta scaricando di colpo sotto forma di mondialismo, manovrando i suoi portatori come marionette: essi sono totalmente inconsapevoli della causa dei loro pensieri e delle loro azioni.

Essendo possedute da questo potentissimo e letale meme egoista, le attuali élites occidentali sono impermeabili alla Ragione: non si può ragionare con esse, bisogna semplicemente spazzarle via, eliminarle.

Copyright © 2018 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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Troppa scienza economica rende ciechi

14 novembre 2016

Rimango stupefatto alle seguenti parole dell’economista Alberto Bagnai, pronunciate dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane 2016 (al minuto 3.19):

«Il mondo della finanza ha bisogno di una moneta forte, questo succedeva al tempo di Churchill in Inghilterra e succede al tempo di Obama negli Stati Uniti, il mondo dell’industria ha bisogno di una moneta un po’ più debole. La vittoria di Trump viene vista come la vittoria dei diseredati, dell’antiglobalizzazione, o dei razzisti, o della Russia: queste sono tutte scemenze. Trump è un pezzo di establishment, è il pezzo di establishment al quale fa più comodo un dollaro un po’ più debole. Punto.»

Quindi, secondo Bagnai, non c’entra nulla l’argomento “Nationalism vs. Globalism” di cui ha scritto Robert W. Merry nel suo articolo intitolato appunto Trump vs. Hillary Is Nationalism vs. Globalism, 2016 e pubblicato da The National Interest (4 maggio 2016):

https://luigicocola.wordpress.com/2016/06/02/donald-trump-grida-il-re-e-nudo/

E, sempre secondo Bagnai, non c’entrano nulla la povertà e la guerra, come ha detto invece Peter Thiel nel suo famoso discorso in favore di Donald Trump al National Press Club (31 ottobre 2016):

https://luigicocola.wordpress.com/2016/11/10/le-contraddizioni-della-silicon-valley/

No, si tratta solo e semplicemente di un bisticcio tra capitalisti: tra i capitalisti del mondo della finanza e i capitalisti del mondo dell’industria.

Certo, come no.

Troppa scienza economica rende ciechi.

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Donald Trump grida: il Re è nudo

2 giugno 2016

La via capitalista (o meglio ultracapitalista) delle ideologie antistato, come l’ho definita in un post dell’anno scorso, ha diversi nomi e i più diffusi sono: in lingua inglese “globalism”, in lingua francese “mondialisme” e in lingua italiana sia “globalismo” che “mondialismo”.

Quest’ideologia antistato ha imposto una sua truffaldina narrazione in cui si presenta non come ideologia (quale effettivamente è), ma bensì come processo storico ineluttabile, il che significa lanciare questo messaggio: arrendetevi, è inutile qualsiasi resistenza.

Così i nomi truffaldini che essa assume sono: “globalization” in inglese, “mondialisation” in francese e sia “globalizzazione” che “mondializzazione” in italiano.

È un piccolo sporco trucco semantico: i suffissi -tion, -zione formano nomi di azione, mentre i suffissi -ism, -isme, -ismo formano nomi astratti.

In tal modo si vuole sottolineare che trattasi di un processo naturale indipendente dalla volontà umana e non di una costruzione ideologica (che dipende ovviamente da una deliberata volontà).

Questa è una vera e propria frode della propaganda mondialista, come ho scritto più volte:

https://luigicocola.wordpress.com/tag/globalizzazione/

Ma lo sporco trucco semantico non può più essere accettato ed ecco che Donald Trump usa il termine giusto, è come se gridasse: il Re è nudo.

«We will no longer surrender this country, or its people, to the false song of globalism.»

https://www.donaldjtrump.com/press-releases/donald-j.-trump-foreign-policy-speech

Ed ecco come Robert W. Merry giustamente commenta nel suo articolo Trump vs. Hillary Is Nationalism vs. Globalism, 2016 pubblicato il 4 maggio 2016 da The National Interest:

«It’s impossible to say at this early stage in the political season whether Trump, the candidate of the New Nationalism, actually has a chance to win the presidency. But, win or lose, he has shaken up the political system, introduced powerful new rhetoric and opened up a new political fault line between nationalism and globalism that isn’t going away anytime soon. For the globalist elites of America, it’s an entirely new era.»

http://nationalinterest.org/feature/trump-vs-hillary-nationalism-vs-globalism-2016-16041

Per approfondire:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/03/07/perche-il-mondialismo-durera-meno-del-comunismo/

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