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Lo spettacolare e stupefacente rimbecillimento dell’intellighenzia occidentale II

9 luglio 2018

Leggo su ZeroHedge un inqualificabile articolo di Duncan Whitmore (8 luglio 2018):

Is Libertarianism Utopian?

«With all of this in mind, therefore, we can turn to the question of the existence of the state. Without a shadow of a doubt, the state is the most violent and aggressive institution humans have ever spawned [il neretto è mio]. There is not a single conflict that is worthy of mention in the history books that was not caused by the state or a proto-state entity, nor is there any such conflict that would not have been ameliorated by either reduced or absent state involvement. It is for this reason that libertarians focus all of their efforts on this institution. Thus, the objection to libertarianism on account of the allegation that it is contrary to “human nature” concerns, primarily, the question of whether the state is a phenomenon of “human nature” that we have to put up with and is, consequently, useless to fight.

From our preceding analysis, it should already be clear that this is not the case. The state exists for no other purpose than to serve as the ultimate vehicle of pursuing the violent method of achieving ones goals – of forcibly taking from some in order to benefit others [il neretto è mio].

The state has not existed as a uniform entity throughout human history. Rather, it has blossomed and withered in accordance with people’s desire to use it as such a tool of exploitation and the conviction of the public to either tacitly accept or actively promote its existence. All of the “great” institutions of states that we see today – parliament buildings, executive departments, highly trained armed forces and the complex weaponry and equipment they use, and so on – none of these things is in any way “natural”. Rather, they owe their existence to the fact that specific people, at specific times and places, believed that creating them was a worthwhile endeavour. Their final form that we see today is simply the outcome of centuries of consciously chosen behaviour…

The state, therefore, is firmly and undeniably a consequence of human choice, not of human nature, and, as such, it is entirely legitimate to expose it to moral examination.»

https://www.zerohedge.com/news/2018-07-08/libertarianism-utopian

https://mises.org/wire/libertarianism-utopian

Quando, più volte, ho parlato di «rimbecillimento dell’intellighenzia occidentale» (a partire dai Two Treatises of Government di John Locke), intendevo proprio questo genere di baggianate, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/06/07/lo-spettacolare-e-stupefacente-rimbecillimento-dellintellighenzia-occidentale/

Lo Stato è «the most violent and aggressive institution humans have ever spawned», proprio perché lo Stato è l’istituzione politica deputata a gestire il potere della forza fisica, che (probabilmente Duncan Whitmore non lo sa) è uno dei tre principali poteri secondo Bertrand Russell: il potere della forza fisica, il potere economico e il potere della propaganda.

Lo Stato è l’istituzione politica che, usando come mezzo il potere della forza fisica, ha lo scopo supremo di difendere la comunità dalle aggressioni esterne e dai torti reciproci interni (per usare la terminologia di Thomas Hobbes), altro che le fesserie di cui scrive Whitmore (che sicuramente non ha mai letto il Leviathan).

Esattamente ciò che Karl Popper, concordando con Hobbes su tale argomento, chiama così:

«teoria protezionistica dello stato» (in inglese «protectionist theory of the state»)

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969), pag. 148

Karl Popper è il filosofo dell’«Open Society», in italiano «Società Aperta», il termine di cui si è fraudolentemente appropriato il noto criminale mondialista George Soros (Popper non è affatto un mondialista), vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2018/04/01/luso-del-termine-open-society-da-parte-di-george-soros-e-una-frode/

Anche Norberto Bobbio concorda:

«le due funzioni essenziali» dello Stato sono «la milizia e i tribunali»

Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124

Per non parlare di Niccolò Machiavelli:

«E’ principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi, come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme.»

Niccolò Machiavelli, Il Principe, Rizzoli, 1991, pag. 128

Del resto, è presente in copiosa quantità, in tutto l’inqualificabile articolo surriportato, un misto di ignoranza e di deliberata menzogna, che è tipico dei millenaristi secolarizzati e della loro propaganda di guerra (per quanto riguarda i millenaristi religiosi, come per esempio Bergoglio, non ne parliamo neanche).

Per una mia spiegazione del millenarismo:

«Il mondialismo, come ho scritto più volte, è la nemesi dell’Occidente, nemesi conseguente alla sua hybris di eliminare lo Stato schiavista romano per mezzo del Cristianesimo, operazione certamente giusta e sacrosanta (non si poteva permettere ai romani di vivere usando tutti gli altri esseri umani, quelli che non erano romani, come oggetti o come animali!), la quale, però, per essere vincente, richiese la creazione e l’uso di un’arma estremamente pericolosa (perché porta all’autodistruzione): quest’arma è l’idea che possa esistere sulla terra una comunità che non ha bisogno di un’istituzione deputata a gestire il potere della forza fisica, vale a dire lo Stato (che ha due funzioni essenziali, l’esercito e la legge), una comunità in cui non esistono aggressioni esterne (quindi l’esercito non serve più) e non esistono torti reciproci interni (quindi la legge non serve più), in definitiva una comunità in cui il Male è bandito.

Questa comunità è il Regno di Cristo sulla terra di cui parla (unicamente e solo) l’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, che non è uno Stato monarchico, ma bensì una condizione di perfezione trascendente, in quanto Cristo, il Messia cristiano, a differenza del Messia ebraico, ha sia natura umana, sia natura divina.

In conseguenza di tale natura divina, il Male è bandito dalla terra e quindi non c’è più bisogno dello Stato.

Il Regno di Cristo sulla terra avrà una durata di mille anni, da cui il nome “millenarismo” per indicare la credenza nel suo avveramento. Il millenarismo può anche essere definito come la prescrizione di eliminare lo Stato dalla faccia della terra

https://luigicocola.wordpress.com/2018/02/10/luci-e-ombre-del-pensiero-di-renaud-camus-sul-mondialismo/

Tutte le ideologie antistato (comunismo, mondialismo, ecc. ecc.) sono un prodotto del millenarismo, anzi sono forme secolarizzate, ossia laicizzate, di millenarismo (teoria unificata delle ideologie antistato).

Ritornando all’inqualificabile articolo di Whitmore, prendiamo quest’altra proposizione: «The state has not existed as a uniform entity throughout human history.»

È vero l’esatto contrario: lo Stato è sempre esistito nella storia ed è sempre esistito come tale, cioè come centro di comando unico del potere della forza fisica di una comunità, centro di comando che ha lo scopo supremo di difendere quella comunità dalle aggressioni esterne (mediante l’esercito) e dai torti reciproci interni (mediante la legge).

Come ho mostrato nella mia teoria dello Stato, ciò è spiegabile in base alla Ragione:

Luigi Cocola, Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, 3° ed., lulu.com, 2013, pagg. 9-25

Lo Stato è una necessità della Ragione, anzi è addirittura un universale culturale, esattamente come il tabù dell’incesto e i riti funebri.

Il solo periodo storico in cui lo Stato scomparve è il Medio Evo, che fu un peculiare periodo storico localizzato solo e unicamente sul territorio dell’Impero romano d’Occidente, a causa della rivoluzione cristiana (non c’era più un centro di comando unico del potere della forza fisica).

Sul territorio dell’Impero romano d’Oriente non ci fu alcun Medio Evo, lo Stato non venne distrutto dalla rivoluzione cristiana, perché Costantino il Grande ideò genialmente il cesaropapismo e così neutralizzò la volontà del Cristianesimo di abbattere lo Stato (romano).

Lo Stato dell’Impero romano d’Oriente rimase in piedi non perché avesse confini più sicuri (come si diceva una volta) e neanche perché avesse strategie più efficaci (come ha erroneamente sostenuto in tempi recenti Edward Luttwak): rimase in piedi solo grazie al cesaropapismo.

La geniale invenzione di Costantino il Grande, comunque, non poté salvare l’Impero romano d’Occidente, nel quale il Papa di Roma aveva ormai troppo potere.

Non dobbiamo però pensare che il Cristianesimo sia interamente negativo, al contrario, in un’analisi costi-benefici il risultato complessivo da esso prodotto è nettamente positivo:

«L’eccezionale successo storico dell’Occidente è iniziato in questo modo: facendo crollare lo Stato schiavista romano.

Il Cristianesimo ha donato al genere umano sia l’eliminazione dello schiavismo che la scienza.»

https://luigicocola.wordpress.com/2017/03/13/la-nemesi-delloccidente-possiamo-fermarla-con-la-ragione/

Che lo Stato sia sempre esistito non è solo una mia opinione, per esempio è anche l’opinione di Norberto Bobbio:

«la società senza Stato» è un «salto fuori della storia»

Norberto Bobbio, op. cit., pag. 124

«Una tesi ricorrente percorre con straordinaria continuità tutta la storia del pensiero politico: lo Stato, inteso come ordinamento politico di una comunità, nasce dalla dissoluzione della comunità primitiva fondata sui legami di parentela e dalla formazione di comunità più ampie derivanti dall’unione di più gruppi familiari per ragioni di sopravvivenza interne (il sostentamento) ed esterne (la difesa). Mentre per alcuni storici contemporanei, come si è detto, la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna [cioè per gli storici mondialisti, nota mia], secondo questa più antica e più comune interpretazione la nascita dello Stato rappresenta il punto di passaggio dall’età primitiva, via via distinta in selvaggia e barbara, all’età civile, dove ‘civile’ sta insieme per ‘cittadino’ e ‘civilizzato’ (Adam Ferguson).»

Ibidem, pag. 63

E anche di Karl Popper:

«Tornando ora alla storia di questi movimenti, sembra che la teoria protezionistica dello stato sia stata formulata per la prima volta dal sofista Licofrone, seguace di Gorgia.»

Karl R. Popper, op. cit., pag. 148

È facile capire che, se Licofrone formulò ciò che Popper chiama la «protectionist theory of the state», allora lo Stato ai tempi di Licofrone già esisteva.

Popper considera lo Stato un male necessario, quindi non ha niente a che fare con il mondialismo, il cui scopo è quello di eliminare lo Stato dalla faccia della terra:

«Al contrario, qualsiasi genere di libertà è chiaramente impossibile se non è garantito dallo stato.»

Ibidem, pag. 145

«il potere dello Stato è fatalmente destinato a restare sempre un male pericoloso, anche se necessario.»

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Hegel e Marx falsi profeti, vol. II, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The high tide of prophecy: Hegel, Marx and the aftermath, vol. II, Routledge & Kegan Paul, 1969), pag. 152

«Lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario. Si potrebbe chiamare questo principio il “rasoio liberale” (sulla scorta del rasoio di Ockham, cioè del celebre principio secondo il quale gli enti metafisici non devono essere moltiplicati più del necessario).»

Karl R. Popper, Alla ricerca di un mondo migliore, Armando Editore, 2002 (trad. it. di Auf der Suche nach einer besseren Welt: Vorträge und Aufsätze aus dreissig Jahren, Piper Verlag, 1984), pag. 160

Copyright © 2018 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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Due considerazioni sulle forme di governo

19 aprile 2018

1° considerazione

In un post precedente ho scritto:

«Gli Stati Uniti d’America dimostrano che la forma di governo democratica tende inesorabilmente alla degenerazione, come del resto aveva già notato Erodoto quasi 2500 anni fa.

In ogni caso, la divisione dei poteri è un costo troppo alto per i nostri tempi, non funziona più, soprattutto contro un nemico dell’umanità estremamente potente come il mondialismo

https://luigicocola.wordpress.com/2018/04/10/lfbi-vigila-sulla-moralita-sessuale-di-donald-trump-gli-usa-sono-ormai-un-paese-ridicolo/

Il mondialismo è la più letale delle ideologie antistato, come ho mostrato qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/03/07/perche-il-mondialismo-durera-meno-del-comunismo/

Il punto nodale della questione è che le varie classificazioni delle forme di governo (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pagg. 95-97) sono tutte (anche quella di Hans Kelsen) antecedenti alla nascita del Gruppo Bilderberg, che si ebbe nel 1954, principalmente per opera di David Rockefeller e del Principe Bernhard dei Paesi Bassi.

Questo mostruoso, contronatura e potentissimo attacco allo Stato, che è il mondialismo, sta dimostrando nei fatti di riuscire a bloccare il funzionamento di una grande democrazia (basata quindi sulla divisione dei poteri) come quella degli Stati Uniti d’America: la democratica, libera e legale elezione di Donald Trump a 45° Presidente viene annullata dal potere illegittimo del mondialismo.

Il popolo degli Stati Uniti d’America, cioè la United States Constitution (We the People of the United States), non conta più niente e la sua volontà viene cancellata, distruggendo così il principio stesso della divisione dei poteri, che prevede sì che un potere freni un altro potere, ma non che lo blocchi o che addirittura lo elimini.

Il meccanismo della divisione dei poteri, detto anche system of checks and balances, è stato inequivocabilmente rotto dal mondialismo.

Paradossalmente l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, attribuibile senza alcun dubbio al mondialismo (sinonimo: internazionalismo di David Rockefeller), non annullò la divisione dei poteri, mentre invece l’annulla oggi l’attacco a Donald Trump condotto alla luce del sole dal potere illegittimo del mondialismo: proprio perché l’assassinio di JFK fu attribuito ufficialmente a un omicida fanatico.

I creatori delle ideologie antistato di tipo filosofico vissero tutti dal 1760 (anno di nascita di Henri de Saint-Simon) al 1895 (anno di morte di Friedrich Engels), come ho mostrato qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/07/23/conseguenze-di-due-interpretazioni-del-mondialismo/

Norberto Bobbio scrive:

«Le tipologie classiche delle forme di governo sono tre: quella di Aristotele, quella di Machiavelli e quella di Montesquieu.»

ibid., pag. 95

Aristotele, Machiavelli e Montesquieu vissero prima dei creatori delle ideologie antistato di tipo filosofico (Montesquieu morì nel 1755) e quindi non poterono prevedere la minaccia letale di queste ideologie.

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2° considerazione

Perché il mondialismo ha fatto abbattere le dittature di Saddam e di Gheddafi e perché tenta, strenuamente, di abbattere anche la dittatura di Assad, nonostante l’intelligente e creativa opposizione di Donald Trump (vedi p.e. i disperati tentativi di Theresa May e di Emmanuel Macron), mentre nulla fa contro una monarchia assoluta come quella vigente in Arabia Saudita?

Sia le dittature che le monarchie assolute sono autocrazie, quindi perché il mondialismo vuole abbattere le dittature e non le monarchie assolute?

È molto semplice, basta considerare le basi filosofiche del mondialismo: sia gli antichi greci (Platone e Aristotele), sia Montesquieu nell’Evo Moderno, affermano, nelle loro classificazioni delle forme di governo, che la tirannide, come la chiamano gli antichi greci, e il dispotismo, come lo chiama Montesquieu, sono una forma degenerata, corrotta, della monarchia (*).

Norberto Bobbio scrive:

«Montesquieu ritorna a una tricotomia…

…in quanto definisce il dispotismo come il governo di un solo ma «senza leggi né freni», in altre parole come la forma degenerata della monarchia.»

ibid., pag. 96

Karl Popper scrive:

«In questo modo vengono distinte tre forme conservatrici o legittime e tre forme assolutamente depravate o illegittime; monarchia, aristocrazia e una forma conservatrice di democrazia sono, in ordine di merito, le imitazioni legittime. Ma la democrazia si cambia nella sua forma illegittima e si deteriora ulteriormente, attraverso l’oligarchia, il governo illegittimo dei pochi, nel governo illegittimo di uno solo, la tirannide, che, appunto come Platone ha detto nella Repubblica, è il peggiore di tutti i governi.»

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969), pagg. 68-69

Inoltre egli scrive:

«…e il termine “tirannide” o “dittatura”…»

ibid., pag. 160

Naturalmente tutto ciò non è in genere compreso dagli analisti politici, come ho scritto nei post precedenti, perché essi ignorano, o vogliono ignorare, l’ideologia mondialista e le sue basi filosofiche.

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(*) Machiavelli, Hobbes e Kelsen non fanno questa distinzione tra forme “buone” e forme “cattive”, anzi Hobbes scrive:

«Nei libri di storia e di politica ricorrono altri nomi di regimi, come tirannia e oligarchia; ma sono i nomi non già di altre forme di governo, bensì delle stesse quando sono considerate con avversione. Coloro, infatti, che sono scontenti sotto la monarchia, la chiamano tirannia; e coloro cui è invisa l’aristocrazia, la chiamano oligarchia

Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 155

Ma Hobbes, ovviamente, ai mondialisti non piace affatto.

Copyright © 2018 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

Lo Stato non fu inventato a Westfalia nel 1648

8 aprile 2018

Leggo su Strategic Culture Foundation on-line journal un articolo (del 2 aprile 2018) di Patrick Armstrong, intitolato Why Moscow’s Foreign Philosophy Is ‘Westphalian’:

«These days there are two styles of foreign policy being practised; Paul Robinson here (*) describes them: one is a “a traditional, Westphalian, order in which states are equal sovereign entities”. In the other style, there are said to be two kinds of states: “the just and the unjust”; they are not “legally or morally equal” [il neretto è mio]. Others have called the second “idealism” or “moral diplomacy”. There is a continuous tradition of the USA regarding itself as quite a new category of country as recounted here and so the moralistic stance is sometimes called “Wilsonian” after the President who wished to “teach the South American republics to elect good men” but it’s quite bipartisan: witness the “Roosevelt Corollary” in which Theodore Roosevelt arrogated to the United States of America, as a “civilised country”, the right to intervene “in flagrant cases of such wrongdoing or impotence”. Neither of these approaches is new: there have always been countries that have believed that their gods gave them the mission of instructing and disciplining their neighbours and there have always been countries that were content to leave others alone.»

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(*) Paul Robinson, Asymmetrical rules

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https://www.strategic-culture.org/news/2018/04/02/why-moscow-foreign-philosophy-is-westphalian.html

Ebbene, sono d’accordo sul senso dell’articolo di Patrick Armstrong, ma non posso accettare ciò che scrive Paul Robinson nel suo articolo (del 18 febbraio 2018) intitolato Asymmetrical rules:

«Back in September I presented a paper at a conference in Moscow on the topic of ‘Human Rights Reasoning and Double Standards in the Rules-Based Order.’ In this I pointed out that both Russia and the West claimed to be in favour of a ‘rules-based order’ and that each accused the other of breaking that order. The problem, I conjectured, derives from differing understanding of what the rules are and how they should be applied. Russia believes in a traditional, Westphalian, order in which states are equal sovereign entities [il neretto è mio]. The rules apply equally to all of them, regardless of who they are or what they do…

…Of course, Russia doesn’t 100% abide by the rules of its own model, but its preferred option remains one of legal symmetry – the same rules apply to all [il neretto è mio].

By contrast, human rights reasoning has pushed the West in an opposite direction, towards a preference for legal asymmetry. In this model, the just and the unjust, those who respect and those who don’t respect human rights, are not legally or morally equal [il neretto è mio]

…Putting aside the rather questionable assertion that American interventions in other countries’ affairs are ‘generally’ in support of ‘democracy’, we see here a clear example of asymmetrical thinking. In American eyes the same rules do not apply to the United States and Russia, because they are morally different. The American idea of a rules-based order is one in which the ‘good guys’ are subject to different rules to the ‘bad guys’…

…Yet it is clear that beneath present disputes lies a fundamental philosophical disagreement about the nature of a ‘rules-based order.’ Resolving it is perhaps one of the key philosophical tasks of our time.»

https://irrussianality.wordpress.com/2018/02/18/asymmetrical-rules/

Come dicevo sopra, quanto scrive Paul Robinson è inaccettabile.

Per troppo tempo la cultura occidentale è vissuta in un delirio di origine religiosa, in un millenarismo secolarizzato.

È ora di di finirla con questa follia, con questo delirio culturale.

Non esiste nessun “traditional, Westphalian, order in which states are equal sovereign entities”: lo Stato non fu inventato a Westfalia nel 1648.

Queste non sono altro che le ignoranti sciocchezze dei mondialisti.

Lo Stato è sempre esistito, perché è un universale culturale, perché appartiene alla ratio, non ai mores.

La polis greca era una città-Stato, come del resto lo era all’inizio la res publica romana, che poi diventò impero, un altro tipo di Stato: ma sempre di Stato si tratta.

E la sovranità è una delle tre proprietà caratteristiche dello Stato, essendo le altre due il popolo e il territorio (il territorio vuol dire confini): eliminando anche una sola di queste tre proprietà, lo Stato scompare.

Come scrive Nicola Abbagnano:

«STATO (gr. πολιτεία; lat. Respublica; inglese State; franc. État; ted. Staat). In generale, l’organizzazione giuridica coercitiva di una comunità determinata. L’uso della parola S. [Stato] è dovuta a Machiavelli (Principe, 1513, § 1)…

…lo S. [Stato] ha tre elementi o proprietà caratteristiche: la sovranità o il potere preponderante o supremo; il suo popolo e il suo territorio

Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, UTET, 1971, pagg. 833-835

Ecco cosa scrive Norberto Bobbio a tale proposito:

«Una tesi ricorrente percorre con straordinaria continuità tutta la storia del pensiero politico: lo Stato, inteso come ordinamento politico di una comunità, nasce dalla dissoluzione della comunità primitiva fondata sui legami di parentela e dalla formazione di comunità più ampie derivanti dall’unione di più gruppi familiari per ragioni di sopravvivenza interne (il sostentamento) ed esterne (la difesa). Mentre per alcuni storici contemporanei, come si è detto, la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna [cioè per gli storici mondialisti, nota mia], secondo questa più antica e più comune interpretazione la nascita dello Stato rappresenta il punto di passaggio dall’età primitiva, via via distinta in selvaggia e barbara, all’età civile, dove ‘civile’ sta insieme per ‘cittadino’ e ‘civilizzato’ (Adam Ferguson).»

Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 63

Ed ecco cosa scrive Karl Popper (che non è affatto un mondialista, come ho mostrato in un post precedente):

«Tornando ora alla storia di questi movimenti, sembra che la teoria protezionistica dello stato sia stata formulata per la prima volta dal sofista Licofrone, seguace di Gorgia.»

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Platone totalitario, vol. I, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The Spell of Plato, vol. I, Routledge & Kegan Paul, 1969), pag. 148

È facile capire che, se Licofrone formulò ciò che Popper chiama la “protectionist theory of the state”, allora lo Stato ai tempi di Licofrone già esisteva.

E veniamo a ciò che Robinson chiama “legal asymmetry” dell’Occidente: questo non è un “model”, come egli scrive, ma bensì un rozzo esempio di etnocentrismo.

Come lo è il voler imporre la forma di governo democratica a culture diverse da quella occidentale, come p.e, la cultura cinese.

Lo si può fare soltanto in un modo (come nel caso della cultura giapponese): bombardando uno Stato con le atomiche, per poi ridurlo a Stato vassallo.

Cosa vuole fare dunque l’Occidente, nuclearizzare il resto del mondo per imporre a tutti i suoi mores?

Come ho scritto più volte, se le élites globaliste ignorano che l’etnocentrismo e il relativismo culturale sono concetti fondamentali e irrinunciabili di due scienze sociali, la sociologia e l’antropologia culturale, allora le élites globaliste sono élites ignoranti, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2018/03/25/i-mondialisti-sono-semplicemente-ignoranti/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/09/07/le-elites-delloccidente-sono-elites-ignoranti/

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Ormai è chiaro: i globalisti inglesi tentano di influenzare le elezioni russe

17 marzo 2018

Dopo Theresa May, anche Boris Johnson attacca furiosamente Vladimir Putin:

«…the U.K.’s top diploma, Boris Johnson, directly accused Vladimir Putin, saying it was “overwhelmingly likely” that he personally ordered the nerve-agent attack on British soil.

In a dramatic escalation of a diplomatic crisis between the two countries, the Foreign Secretary said the U.K.’s problem was not with the Russian people but with the Russian leader [il neretto è mio].

“Our quarrel is with Putin’s Kremlin and with his decision – and we think it overwhelmingly likely that it was his decision – to direct the use of a nerve agent on the streets of the U.K., on the streets of Europe, for the first time since World War II,” Johnson said in London.»

https://www.zerohedge.com/news/2018-03-16/kremlin-furious-after-boris-johnson-accuses-putin-murder

Ancora una volta senza fornire alcuna prova, parlando soltanto di probabilità (!), Johnson specifica meglio della May qual è il punto nodale della questione: gli elettori russi non devono votare per Putin, il problema non sono i russi, il problema è Putin.

Come ho già scritto, tutto ciò è molto stupido ed è spiegabile soltanto con lo spirito messianico globalista che anima Theresa May e Boris Johnson: gli elettori russi, infatti, voteranno ancora di più per Putin dopo questa ridicola aggressione inglese al loro leader.

Ma la fallacia del ragionamento degli inglesi, che un tempo ragionavano molto bene, non si ferma qui, c’è anche un altro errore: se Putin venisse disarcionato, il suo successore non sarebbe affatto più arrendevole di lui.

Lo spirito messianico dei globalisti inglesi li rende ottusi e ad essi sfugge completamente che il cesaropapismo dei cristiani ortodossi impedisce ai russi di abbracciare il mondialismo, che è un’ideologia antistato (il cesaropapismo anglicano introdotto da Enrico VIII, meno marcato rispetto a quello dei cristiani ortodossi, è stato travolto dal mondialismo ormai da molto tempo, basta notare la cattiva fama che ha oggi in Inghilterra Enrico VIII, quando invece egli è stato il sovrano che ha posto le basi della grandezza dell’Inghilterra, gli inglesi dovrebbero fargli un monumento).

I russi, è vero, abbracciarono un’altra ideologia antistato, il comunismo, ossia la teoria marx-engelsiana (vedi la mia teoria unificata delle ideologie antistato), ma essi la trasformarono velocemente in forma nazionalista e poterono fare ciò per la peculiarità di tale teoria, in quanto essa rimanda l’eliminazione dello Stato a un indeterminato futuro.

Gli inglesi, invece di leggere Karl R. Popper (1), che è molto sopravvalutato nel campo della filosofia politica, dovrebbero leggere Norberto Bobbio (2).

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(1) “La teoria dell’estinzione dello Stato [di Marx e di Engels] è assolutamente irrealistica e penso che possa essere stata adottata da Marx e da Engels soprattutto per sottrarre ai loro rivali un’arma efficace di proselitismo. I rivali ai quali mi riferisco sono Bakunin e gli anarchici; Marx non amava vedere il proprio radicalismo superato da quello di nessun altro. Come Marx, gli anarchici si proponevano di rovesciare l’ordine sociale esistente, dirigendo tuttavia il loro attacco contro il sistema politico-legale, invece che contro il sistema economico. Per essi lo Stato era il nemico mortale che doveva essere distrutto. Se non fosse stato per i suoi concorrenti anarchici, Marx, partendo dalle sue premesse, avrebbe facilmente potuto ammettere la possibilità che l’istituzione dello Stato, sotto il socialismo, debba svolgere nuove e indispensabili funzioni, cioè le funzioni di salvaguardia della giustizia e della libertà attribuite ad essa dai grandi teorici della democrazia.”

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici – Hegel e Marx falsi profeti, vol. II, Armando Editore, 1996 (trad. it. di The Open Society and its Enemies – The high tide of prophecy: Hegel, Marx and the aftermath, vol. II, Routledge & Kegan Paul, 1969), pagg. 404-5.

(2) “La più popolare delle teorie che sostengono l’attuabilità o addirittura l’avvento necessario di una società senza Stato è quella marxiana o per meglio dire engelsiana, in base a un ragionamento che ridotto ai minimi termini può essere esposto così: lo Stato è nato dalla divisione della società in classi contrapposte per effetto della divisione del lavoro, allo scopo di consentire il dominio della classe che sta sopra sulla classe che sta sotto; quando in seguito alla conquista del potere da parte della classe universale (la dittatura del proletariato) verrà meno la società divisa in classi, verrà meno anche la necessità dello Stato. Lo Stato si estinguerà, morirà di morte naturale, perché non sarà più necessario. Questa teoria è forse la più ingegnosa fra quelle che difendono l’ideale della società senza Stato ma non è meno discutibile: perché tanto la premessa maggiore del sillogismo (lo Stato è uno strumento di dominio di classe) quanto la premessa minore (la classe universale è destinata a distruggere la società di classe) non hanno resistito a quel formidabile argomento che sono, come avrebbe detto Hegel, le «dure repliche della storia».”

Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 123.

È palese la mancanza di profondità di Popper a proposito di Marx, egli non ne ha affatto compreso il pensiero. E non si capisce perché egli, essendo un filosofo della scienza, si sia dedicato alla filosofia politica.

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Conseguenze di due interpretazioni del mondialismo

23 luglio 2017

In un precedente post ho esposto una critica all’interpretazione del mondialismo come lotta di classe fornita da Diego Fusaro e ho anche esposto la mia interpretazione del mondialismo come delirio culturale:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/07/15/il-mondialismo-non-e-una-lotta-di-classe-e-un-delirio-culturale/

C’è già stato nella cultura cristiana occidentale (Europa e Stati Uniti d’America) almeno un altro delirio culturale: la caccia alle streghe, che è durata dal 1450 circa al 1750 circa (il processo delle streghe di Salem risale infatti al 1692).

La caccia alle streghe è un delirio culturale perché le streghe non esistono.

Analogamente, il mondialismo (o globalismo) è un delirio culturale perché vuole eliminare lo Stato, che invece è una necessità della Ragione, anzi è un universale culturale, esattamente come i riti funebri e il tabù dell’incesto, e infatti è sempre esistito, vedi p.e. qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/11/18/il-mondialismo-e-un-delirio-culturale/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/10/ma-lo-stato-e-sempre-esistito-oppure-e-uninvenzione-recente/

Norberto Bobbio scrive a questo proposito:

“La teoria marx-engelsiana della fine dello Stato è certamente la più popolare ma non è la sola [vedi la mia teoria unificata delle ideologie antistato]. Se ne indicheranno, senza alcuna pretesa di completezza, almeno altre tre [il Cristianesimo, il sansimonismo e l’anarchismo]. Vi è anzitutto, antica e sempre rinascente, un’aspirazione a una società senza Stato d’origine religiosa, comune a molte sette ereticali cristiane che, predicando il ritorno alle fonti evangeliche, a una religione della non violenza e della fratellanza universale, rifiutano l’obbedienza alle leggi dello Stato, non ne riconoscono le due funzioni essenziali, la milizia e i tribunali [il neretto è mio], ritengono che una comunità che viva in conformità dei precetti evangelici non abbia bisogno delle istituzioni politiche. All’estremo opposto l’ideale della fine della società politica e della classe politica che ne trae un abusivo vantaggio è stato predicato da una concezione che oggi si direbbe tecnocratica dello Stato [il neretto è mio], come quella esposta da Saint-Simon secondo cui nella società industriale ove protagonisti non sono più i guerrieri e i legisti ma diventano gli scienziati e i produttori, non ci sarà più bisogno della «spada di Cesare». Questo ideale tecnocratico peraltro si accompagna in Saint-Simon con una forte ispirazione religiosa (il nouveau christianisme), quasi a suggerire l’idea che questo salto fuori della storia che è la società senza Stato [il neretto è mio] non sia pensabile prescindendo da un’idea messianica.”

(Norberto Bobbio, Stato, governo, società, 1995, Einaudi, pagg. 123-124)

Norberto Bobbio parla di Cristianesimo (i Vangeli appartengono al Nuovo Testamento) e non di Ebraismo, come invece fa, erroneamente, Costanzo Preve, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2017/05/30/sul-puritanesimo-costanzo-preve-ha-torto/

E la concezione “tecnocratica” di Henri de Saint-Simon (che era cristiano, come anche Karl Marx*, Friedrich Engels e Pierre-Joseph Proudhon**) altro non è che il mondialismo predicato da David Rockefeller, dalla Casa Reale dei Paesi Bassi (cioè la Casa d’Orange-Nassau), che sponsorizza il Gruppo Bilderberg dal 1954 a tutt’oggi, da Zbigniew Brzezinski (l’autore di Between Two Ages. America’s Role in the Technetronic Era***), da George Soros, da Mark Zuckerberg, ecc. ecc.

Non ha nessuna importanza che George Soros e Mark Zuckerberg, a differenza degli altri che ho menzionato, siano ebrei: il fatto è che entrambi vivono nella cultura cristiana occidentale (Soros ha perfino un degree di secondo livello in filosofia conseguito alla London School of Economics) e quindi condividono anch’essi il delirio culturale del mondialismo, che è proprio e peculiare della cultura cristiana occidentale.

Notare che i creatori delle ideologie antistato moderne di cui scrive Bobbio non solo sono tutti cristiani, sono anche vissuti tutti pressappoco nello stesso periodo storico: Karl Marx 1818-1883, Friedrich Engels 1820-1895, Henri de Saint-Simon 1760-1825, Pierre-Joseph Proudhon 1809-1865.

Le due interpretazioni del mondialismo che ho citato, quella di Diego Fusaro, il mondialismo come lotta di classe, e la mia, il mondialismo come delirio culturale, hanno conseguenze differenti:

1. il mondialismo come lotta di classe → i mondialisti vogliono ridurre in povertà il popolo → il mondialismo è deviante rispetto all’Etica.

2. il mondialismo come delirio culturale → i mondialisti vogliono eliminare lo Stato, che è una necessità della Ragione, anzi è un universale culturale, esattamente come i riti funebri e il tabù dell’incesto, e infatti è sempre esistito → il mondialismo è deviante rispetto alla Ragione.

Ciò porta a ulteriori conseguenze, che sono notevoli:

per esempio, un militare è obbligato a ubbidire a un comandante in capo (in inglese commander in chief) che sia mondialista e quindi deviante rispetto alla Ragione?

Oppure è obbligato a sollevarlo dal comando?

————–

* Come è ben noto, Karl Marx fu battezzato all’età di sei anni e suo padre si era convertito al Cristianesimo prima della sua nascita.

** Pierre-Joseph Proudhon è il padre dell’anarchismo:

«La nascita dell’A. [Anarchismo] si suole attribuire a Proudhon (1809-65)…»

Nicola Abbagnano, Dizionario di Filosofia, 1971, UTET, pag. 41

*** «Today, the most industrially advanced countries (in the first instance, the United States) are beginning to emerge from the industrial stage of their development. They are entering an age in which technology and especially electronics—hence my neologism “technetronic” *—are increasingly becoming the principal determinants of social change, altering the mores, the social structure, the values, and the global outlook of society.»

Zbigniew Brzezinski, Between Two Ages. America’s Role in the Technetronic Era, The Viking Press, 1970, pag. 5

https://archive.org/details/pdfy-z5FBdAnrFME2m1U4

È evidente l’affinità tra la concezione “tecnocratica” di cui scrive Bobbio e la “Technetronic Era” di cui scrive Brzezinski.

Copyright © 2017 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

Il mondialismo è un delirio culturale

18 novembre 2016

L’Occidente soffre, ha sempre sofferto, di una malattia cronica con andamento a poussées, cioè un andamento in cui si alternano fasi di riacutizzazione e di remissione.

Questa malattia cronica, di cui solo l’Occidente soffre, consiste nell’odio verso lo Stato, odio che è un portato del Cristianesimo, come ho più e più volte spiegato.

È una malattia perché lo Stato è una necessità razionale, è un universale culturale (esattamente come il tabù dell’incesto e i riti funebri).

Come scrive Norberto Bobbio: “la società senza Stato” è un “salto fuori della storia” (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124).

Queste parole di Bobbio sono un modo elegante per dire che lo Stato è indispensabile e che è sempre esistito.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/10/ma-lo-stato-e-sempre-esistito-oppure-e-uninvenzione-recente/

Purtroppo nella cultura occidentale si è creato il mito dell’inutilità, anzi della dannosità dello Stato.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/23/il-mito-della-dannosita-dello-stato/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2015/05/16/ce-voluto-un-po/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/01/25/smentite-le-idiozie-di-locke-e-di-rousseau-sullo-stato-di-natura/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2016/07/06/lorigine-del-mondialismo/

Generazioni e generazioni e generazioni di filosofi, di politologi, di sociologi, di antropologi culturali, di accademici e di intellettuali hanno ripetuto questo colossale errore.

Essi sono vissuti dentro questo colossale errore.

È tempo che questo colossale errore, che è un vero e proprio delirio culturale, venga compreso ed eliminato.

Copyright © 2016 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

La teoria unificata delle ideologie antistato

20 marzo 2014

Per capire cos’è lo Stato e cosa sono le ideologie antistato è fondamentale questo passo di Norberto Bobbio:

“E se lo Stato fosse un male e per di più non necessario? La risposta affermativa a questa domanda ha dato vita alle varie teorie della fine dello Stato. Occorre premettere che in tutte queste teorie lo Stato è inteso sempre come il detentore del monopolio della forza e quindi come la potenza che, unica su un determinato territorio, ha i mezzi per costringere i reprobi e i recalcitranti anche ricorrendo in ultima istanza alla coazione. Pertanto fine dello Stato vuol dire nascita di una società che può sopravvivere e prosperare senza bisogno di un apparato di coercizione…

…La più popolare delle teorie che sostengono l’attuabilità o addirittura l’avvento necessario di una società senza Stato è quella marxiana o per meglio dire engelsiana…”

(Norberto Bobbio, Stato, governo, società, 1995, Einaudi, pagg. 122-123).

Egli però non fornisce alcuna ipotesi sulla genesi delle ideologie antistato, si limita alla spiegazione di cosa esse siano e al loro elenco.

Nel mio saggio di scienza politica, Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi, ho diviso le ideologie antistato in due classi:

1) le ideologie antistato di tipo religioso (l’ideologia cristiana)

2) le ideologie antistato di tipo filosofico (l’ideologia anarchica, quella comunista, quella europeista e quella multiculturalista)

Nello stesso saggio, comunque, arrivo alla conclusione (pag. 38) che “le ideologie antistato di tipo filosofico hanno anch’esse una matrice inconfondibilmente religiosa” (ossia cristiana).

Più recentemente, ho elaborato il mio pensiero qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/01/10/il-compromesso-tra-forza-e-caritas/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/01/27/quale-sara-il-futuro-delloccidente/

e qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/02/14/linternazionalismo-di-rockefeller-e-un-millenarismo/

Le ideologie antistato hanno la loro origine nel Cristianesimo, dato che questa religione nacque proprio in antitesi allo Stato romano.

Ho formulato una teoria del Cristianesimo (dal punto di vista della sociologia della religione) nel mio saggio Il leviatano senza spada – Una teoria del popolo italiano e del Cristianesimo.

Così le ideologie antistato di tipo filosofico non sono altro che un portato dell’ideologia cristiana, esse non sono altro che l’espressione in forma laicizzata delle istanze cristiane, mantenendo intatto il carattere antitetico allo Stato che è proprio del Cristianesimo.

Anche l’internazionalismo di David Rockefeller è da includere nelle ideologie antistato di tipo filosofico.

Tutte le ideologie antistato di tipo filosofico sono interpretabili come esempi di millenarismo (o chiliasmo), che è un fenomeno caratteristico del Cristianesimo.

Questa interpretazione delle ideologie antistato può essere definita come teoria unificata delle ideologie antistato.

Copyright © 2014 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

Il cervello di Kant

15 luglio 2013

Non avrei voluto scrivere questo post su Immanuel Kant. Perché dovrò criticare un grande filosofo a causa di una sua malattia neurologica, il che non è bello.

Inoltre Kant, in primo luogo, è perfettamente inquadrabile nella tesi che sostengo da tempo, ossia che l’Occidente sta cercando ripetutamente di suicidarsi e che la causa di ciò è il mito della dannosità dello Stato creato dalla filosofia politica di Locke con i Due trattati sul governo del 1690.

Vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/23/il-mito-della-dannosita-dello-stato/

Kant fu infatti fortemente influenzato da Rousseau (aveva perfino, nel suo studio, un ritratto del filosofo ginevrino) e quest’ultimo sarebbe impensabile senza Locke.

In secondo luogo, Kant non è necessario alla mia tesi, alla mia teoria.

Così ho resistito a lungo dallo scrivere sulla filosofia politica di Kant.

Ma quando l’ho visto tirato in ballo, contro Hobbes, da Vittorio Emanuele Parsi, nel suo articolo del 2 luglio sul Sole24ore, intitolato Se la potenza diventa prepotenza, ho capito che non potevo più esimermi (come direbbe Salvatore Veca).

Sono rimasto molto stupito che Parsi nominasse Kant. Infatti ho memoria di un Vittorio Emanuele Parsi, brillante e sarcastico, che apparve in televisione appena dopo l’attacco USA all’Iraq nella seconda guerra del Golfo e spiegò a un contrariato interlocutore francese (non ricordo chi fosse) che il diritto si fonda sulla forza e non l’inverso, allo stesso modo in cui, per fare una torta, sotto si mette il cioccolato e sopra la panna, mai l’inverso.

Sembrava di sentir parlare Hobbes in persona, il quale genialmente scrisse: “E patti senza la spada non sono che parole…” (Thomas Hobbes, Leviatano, Laterza, 2009, pag. 139).

Per l’articolo di Parsi vedi qui:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-02/potenza-diventa-prepotenza-063738.shtml?uuid=AbTzPNAI

E quindi non mi esimo più. E che Kant, dall’alto del paradiso dei filosofi, mi perdoni.

Immanuel Kant nacque il 22 aprile del 1724 a Königsberg (che a quel tempo apparteneva al territorio tedesco, mentre oggi appartiene alla Russia e si chiama Kaliningrad, lo scrivo perché più avanti sarà utile sapere ciò) e vi morì il 12 febbraio del 1804. La sua tomba si trova ancora là.

Come riporta Ludovico Geymonat: “Molti studiosi vedono in Kant il maggiore filosofo dell’età moderna” (Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, UTET, 1977, Vol. 3, pag. 565).

Kant era famoso per le sue capacità intellettuali. Come scrive Renato Fellin: “La facoltà certamente più sviluppata in lui era tuttavia la capacità analitica: egli riusciva a scomporre concetti complessi nelle loro più semplici componenti, potendo così sviscerare sistemi e dottrine allo scopo di individuarne errori e contraddizioni.” (Renato Fellin, Federica Sgarbi, Stefano Caracciolo, L’altro Kant – La malattia, l’uomo, il filosofo, Introduzione di Pietro Vigorelli, Piccin, 2009, pag. 19).

Kant non si occupò di filosofia politica se non in tarda età, ossia dopo i settanta anni.

Infatti Norberto Bobbio in Stato, governo, società fornisce un elenco di tutte le più importanti opere dell’Evo Moderno sullo Stato, le forme di governo e argomenti attinenti, cioè da Machiavelli ai nostri giorni, riportando di Kant solo due opere: Per la pace perpetua e la Metafisica dei costumi (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 163). La prima risale al 1795 (quando Kant aveva settantun anni), la seconda al 1797.

Le sue opere maggiori erano state pubblicate da tempo: la Critica della ragion pura, la sua opera capitale, è del 1781; la Critica della ragion pratica è del 1788; la Critica del giudizio è del 1790.

Ora, se voi andate al motore di ricerca del sito pubmed.gov, noto sito governativo USA per gli articoli scientifici di medicina e biologia, e immettete “Immanuel Kant” ed “Emmanuel Kant”, troverete alcuni articoli scientifici sul grande filosofo tedesco.

Perché? Perché in vecchiaia egli presentò sintomi gravi e inequivocabili di una malattia dementigena, individuabile per alcuni nella demenza di Alzheimer:

1) Fellin R, Blè A, The disease of Immanuel Kant, The Lancet, 1997 Dec 13; 350(9093): 1771-3

2) Podoll K, Hoff P, Sass H, The migraine of Immanual Kant, Fortschritte der Neurologie-Psychiatrie, 2000 Jul; 68(7): 332-7

per altri in un tumore frontale (i tumori frontali possono causare demenza):

3) Marchand JC, Was Emmanuel Kant’s dementia symptomatic of a frontal tumor?, Revue Neurologique, 1997 Feb; 153(1): 35-9

per altri ancora nella demenza da corpi di Lewy:

4) Miranda M, Slachevsky A, Garcia-Borreguero D, Did Immanuel Kant have dementia with Lewy bodies and REM behavior disorder?, Sleep Medicine, 2010 Jun; 11(6): 586-8

Ecco i link per i rispettivi abstract:

1) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9413481

N.B.: Non è qui disponibile alcun abstract

2) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10945159

3) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9296154

4) http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20451446

È interessante notare che, mentre gli altri autori degli articoli succitati risultano appartenere a istituti medici, Marchand JC risulta appartenere a: “Yale University, Institute for Social and Policy Studies”. E quando da pubmed.gov ho cercato di risalire al testo completo dell’articolo (cliccando sulla piccola icona in alto a destra in cui c’è scritto: “Full text on EM consulte – Subscription required”), sono comparse queste parole: “There’s a bug in the system”.

Certo, se si potesse fare una biopsia del cervello di Kant, si potrebbe avere la diagnosi istologica della malattia di cui egli soffriva. Perché le malattie ipotizzate negli articoli suddetti in base ai sintomi sono inesorabilmente certificate dall’esame istologico.

Peccato che Kant sia morto nel 1804.

Ma, un momento…leggiamo questa frase del libro succitato L’altro Kant – La malattia, l’uomo, il filosofo:

“Lo stesso dott. Gall assieme al professor Knorr ne prelevarono il cervello…

…conservato sotto spirito in una ampolla di vetro, andò distrutto nell’incendio che divampò alla Lubjanka di Mosca il 12 novembre 1999 dove era arrivato dopo lunghe e singolari vicende.” (Renato Fellin, Federica Sgarbi, Stefano Caracciolo, ibid., pag. 21).

Non sono un complottista, ma se fossi Dan Brown, scriverei immediatamente un bel romanzo su quest’argomento, romanzo che sarebbe certamente più plausibile del Codice da Vinci.

Appare infatti singolare che il cervello di Kant, dopo essere passato senza danni attraverso un’iraddidio di guerre e rivoluzioni per quasi duecento anni, venga distrutto da un banalissimo incendio alla Lubjanka, che è poi la famigerata sede dei servizi segreti dell’URSS prima e della Russia oggi.

E questo quando (ammesso che sia realmente accaduto)? Lo stesso anno dell’introduzione nei mercati finanziari dell’euro e dopo due anni dalla pubblicazione dell’articolo di Marchand JC, cronologicamente il primo degli articoli scientifici succitati.

Ma quando inizia la demenza di Kant? Pietro Vigorelli scrive: nel 1793; lo stesso scrive Renato Fellin (Renato Fellin, Federica Sgarbi, Stefano Caracciolo, ibid., pag. viii; pagg. 38-39).

Inoltre Pietro Vigorelli (che è, come Fellin, un medico) riporta una lettera scritta da Kant a Jacob Sigismund Beck del 1° luglio 1794, nella quale lo stesso Kant rivela apertamente di avere gravi difficoltà di comprensione intellettuale (Renato Fellin, Federica Sgarbi, Stefano Caracciolo, ibid., pag. x).

Tutti quelli che farneticano di Stati Uniti d’Europa dovrebbero leggere questo libro. A meno che, ovviamente, non siano anch’essi colpiti da una qualche forma di demenza. Nel qual caso sarebbe inutile leggere alcunché.

Arrivato fin qui, non posso non entrare nel merito.

Commenterò brevissimamente soltanto alcuni punti salienti dell’opera di Kant Per la pace perpetua. Punti, per così dire, che saltano all’occhio.

Ci sono in tale opera: 1) concetti assolutamente puerili 2) clamorosi errori di ragionamento 3) contraddizioni inverosimili

1) concetti assolutamente puerili

Ne citerò due. Il primo è: “Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo scomparire del tutto” (Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Feltrinelli, 2013, pag. 47).

Riflettiamo un attimo su questa frase.

Cosa succederebbe se l’esercito degli Stati Uniti d’America venisse smantellato?

Cosa succederebbe all’Italia se non avesse più lo scudo della NATO e neanche eventuali rimpiazzi, per esempio dalla Francia (che è una potenza nucleare) o dalla Russia (che è una potenza nucleare e che è pur sempre un paese cristiano, anche se non occidentale)?

Cosa succederebbe allo Stato d’Israele se non avesse più il suo esercito e la sua deterrenza nucleare?

Il secondo è quello che condanna “…l’uso delle spie (uti exploratoribus), dove non viene utilizzata che la mancanza di onore degli altri…” (Immanuel Kant, ibid., pag. 50). Sorvoliamo.

2) clamorosi errori di ragionamento

Farò due esempi, entrambi relativi a: “In ogni Stato la costituzione civile deve essere repubblicana” (Immanuel Kant, ibid., pagg. 54-59).

Primo esempio.

Kant afferma che gli Stati repubblicani (e spiega bene cosa intenda per repubblica: la divisione dei poteri, vedi avanti) sono naturalmente pacifisti, in quanto i “…cittadini…

…rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto.”, mentre “…il sovrano non è il concittadino, ma il proprietario dello Stato, e la guerra non toccherà minimamente i suoi banchetti, le sue battute di caccia, i suoi castelli in campagna, le sue feste di corte e così via…” (Immanuel Kant, ibid., pag. 56).

Bene, gli Stati Uniti d’America sono una repubblica e hanno una pronunciata divisione dei poteri: sono forse uno Stato pacifista?

Certo, Kant non poteva conoscere il futuro (ma se un ragionamento è giusto, deve esserlo anche per il futuro, altrimenti è un ragionamento sbagliato).

In ogni caso Kant conosceva molto bene il passato.

La Repubblica romana era una repubblica e aveva la divisione dei poteri, come affermato da Niccolò Machiavelli nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, che Kant non poteva non conoscere (la cultura inglese conosceva benissimo quest’opera).

Leggiamo cosa scrive di essa Bertrand Russell, un uomo della cui intelligenza è impossibile dubitare:

“Ci sono interi capitoli che sembrano quasi scritti da Montesquieu; la maggior parte del libro avrebbe potuto ricevere l’assenso di un liberale del XVIII secolo. La dottrina dei controlli e dell’equilibrio [ossia la dottrina della divisione dei poteri] è esposta esplicitamente…

…La costituzione repubblicana di Roma era buona, proprio per il conflitto tra il Senato e il popolo.”

(Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Longanesi, 1967, pag. 668).

La Repubblica romana era uno Stato pacifista?

Secondo esempio.

Kant descrive qui una sua personalissima ed eccezionalmente stravagante classificazione delle forme di governo, nella quale egli cerca di dimostrare l’indimostrabile, ossia che nell’«autocrazia» si ottiene il «repubblicanismo», mentre nella «democrazia» si ottiene il «dispotismo».

Infatti:

“Il repubblicanismo è il principio politico della separazione del potere esecutivo (il governo) dal potere legislativo; il dispotismo è il principio politico dell’autonoma esecuzione, da parte dello Stato, di leggi che lo Stato stesso ha promulgato, quindi è la volontà pubblica che viene esercitata dal sovrano come sua volontà privata. Tra le tre forme [autocrazia, aristocrazia, democrazia] quella della democrazia, nel senso proprio della parola, è necessariamente un dispotismo…” (Immanuel Kant, ibid., pag. 57).

“Si può dire quindi che più è ristretto il personale del potere politico (il numero dei governanti), più grande è al contrario la loro capacità rappresentativa, e tanto più la costituzione politica si accorda alla possibilità del repubblicanismo e può sperare di raggiungere alla fine questa meta attraverso graduali riforme. Per tale ragione in un’aristocrazia è già più difficile che in una monarchia arrivare a questa unica costituzione perfettamente legale, ma nella democrazia un tale passaggio è impossibile se non attraverso una rivoluzione violenta.” (Immanuel Kant, ibid., pag. 58).

Vorrei far notare che i primi a mettere in pratica nell’Evo Moderno la dottrina della divisione dei poteri furono gli inglesi, che avevano, è vero, una monarchia. Ma furono necessarie ben due rivoluzioni: la prima rivoluzione inglese (1642-1651), nella quale, fra l’altro, fu tagliata la testa al re Carlo I, e la seconda rivoluzione inglese, detta anche Gloriosa Rivoluzione, che fu incruenta (1688). Tagliare la testa al re non è per Kant un esempio di “rivoluzione violenta”? O egli pensa che la seconda rivoluzione inglese non c’entri nulla con la prima? Invece fu proprio il sangue versato copiosamente nella prima rivoluzione inglese (non solo quello del re) a rendere possibile la Gloriosa Rivoluzione.

Norberto Bobbio in Stato, governo, società riporta un elenco di varie classificazioni delle forme di governo e precisamente quelle di Aristotele, di Machiavelli, di Montesquieu e di Kelsen (Norberto Bobbio, ibid., pagg. 95-97).

Egli si guarda bene dal citare, anche solo di sfuggita, l’assurda classificazione di Kant.

Perché egli non cita questa classificazione, dato che in altre pagine dello stesso libro, come ho già detto prima, riporta l’opera di Kant Per la pace perpetua? Eppure questa classificazione è completamente diversa da quelle che egli elenca. Perché non citare una classificazione così originale e per giunta di uno dei massimi filosofi della storia? Anche solo per criticarla. Ma evidentemente criticarla è troppo imbarazzante…

3) contraddizioni inverosimili

Farò due esempi, entrambi relativi a: “Il diritto internazionale deve fondarsi su un federalismo di liberi Stati” (Immanuel Kant, ibid., pagg. 59-64).

Primo esempio.

Kant scrive all’inizio, nel titolo del “Secondo articolo definitivo per la pace perpetua“, ossia quello che ho appena riportato: “…liberi Stati” (Immanuel Kant, ibid., pag. 59).

Poi spiega che tali Stati devono perdere la propria sovranità, ossia la propria libertà, e lo spiega molto chiaramente:

«Quando però questo Stato dice: “Non ci deve essere nessuna guerra tra me e gli altri Stati, benché io non riconosca nessun potere legislativo superiore che garantisca a me il mio diritto e al quale io garantisca il suo”, allora non si riesce affatto a comprendere su che cosa io voglia basare la fiducia che il mio diritto venga garantito…» (Immanuel Kant, ibid., pag. 63).

“Per gli Stati, nel rapporto tra loro, è impossibile secondo la ragione pensare di uscire dalla condizione della mancanza di legge, che non contiene altro che la guerra [e i trattati di pace?], se non rinunciando, esattamente come fanno i singoli individui, alla loro libertà selvaggia (senza legge), sottomettendosi a pubbliche leggi costrittive…” (Immanuel Kant, ibid., pag. 64).

In ogni caso Kant non scrive assolutamente nulla di preciso e di razionale su come si possa realizzare concretamente questo “federalismo di liberi Stati“, che poi però devono necessariamente perdere la loro libertà per potersi federare.

Secondo esempio.

Kant prima scrive che si deve ottenere “una federazione di popoli” e non “uno Stato di popoli” (Immanuel Kant, ibid., pag. 60).

Poi scrive l’esatto contrario: “…formando così uno Stato dei popoli (civitas gentium), che dovrà sempre crescere, per arrivare a comprendere finalmente tutti i popoli della Terra.” (Immanuel Kant, ibid., pag. 64).

In conclusione: è meglio non parlare più della filosofia politica di Immanuel Kant.

Lasciatelo riposare in pace.

Copyright © 2013 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

Un neologismo inutile e sbagliato

30 giugno 2013

Si sta affermando un neologismo che io trovo inutile e sbagliato: il sostantivo “sovranista” (et similia, ossia l’aggettivo “sovranista” e il sostantivo “sovranismo”).

Che cosa significa il sostantivo “sovranista”? Esso viene usato per indicare chi è per lo Stato, in opposizione a chi vuole eliminarlo.

Infatti la sovranità è una proprietà caratteristica dello Stato.

Leggiamo la voce “Stato” del Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano:

STATO (gr. πολιτεία; lat. Respublica; inglese State; franc. État; ted. Staat). In generale, l’organizzazione giuridica coercitiva di una comunità determinata. L’uso della parola S. è dovuta a Machiavelli (Principe, 1513, § 1)…

…lo S. ha tre elementi o proprietà caratteristiche: la sovranità o il potere preponderante o supremo; il suo popolo e il suo territorio.”

(Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1971, UTET, pagg. 833-835)

Perché ritengo che il sostantivo “sovranista” sia un neologismo inutile e sbagliato?

Perché le ideologie antistato (anarchismo, comunismo, europeismo, multiculturalismo) sono un errore della ragione.

E non ha senso coniare una denominazione per chi non commette tale errore.

Se si fa ciò, si mette sullo stesso piano chi erra e chi non erra.

Ci si comporta come se si trattasse di un’opinione, di un giudizio di valore.

Invece non si tratta di un giudizio di valore, bensì di un giudizio di fatto: uno è un errore, l’altro non lo è.

Infatti lo Stato è sempre esistito, da quando il genere umano è uscito dall’età primitiva.

Leggiamo questo passo di Norberto Bobbio:

«Una tesi ricorrente percorre con straordinaria continuità tutta la storia del pensiero politico: lo Stato, inteso come ordinamento politico di una comunità, nasce dalla dissoluzione della comunità primitiva fondata sui legami di parentela e dalla formazione di comunità più ampie derivanti dall’unione di più gruppi familiari per ragioni di sopravvivenza interne (il sostentamento) ed esterne (la difesa). Mentre per alcuni storici contemporanei, come si è detto, la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna [il corsivo è mio], secondo questa più antica e più comune interpretazione la nascita dello Stato rappresenta il punto di passaggio dall’età primitiva, via via distinta in selvaggia e barbara, all’età civile, dove “civile” sta insieme per “cittadino” e “civilizzato” (Adam Ferguson).»

(Norberto Bobbio, Stato, governo, società, 1995, Einaudi, pag. 63)

Ebbene, la tesi di “alcuni storici contemporanei” che “la nascita dello Stato segna l’inizio dell’età moderna” è semplicemente il prodotto delle ideologie antistato nate a causa del concetto di stato di natura di John Locke, che risale al 1690, come ho già scritto più volte, sia nei miei post che nel mio saggio di scienza politica Le nuove forme dell’utopia: europeismo e multiculturalismo – Come e perché l’Occidente cerca ripetutamente di suicidarsi.

La suddetta tesi costituisce il tentativo di affermare che lo Stato non è esistito sempre, quindi non è necessario e quindi può essere tranquillamente eliminato. In altre parole, tale tesi non ha come scopo la verità oggettiva, bensì una verità di parte, fittizia.

Vedi ad esempio qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/10/ma-lo-stato-e-sempre-esistito-oppure-e-uninvenzione-recente/

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La vera causa dell’11 settembre

22 giugno 2013

Da circa tre secoli l’Occidente sta cercando di suicidarsi, ossia dalla pubblicazione, nel 1690, dei Due trattati sul governo di John Locke.

Questa è la tesi da me sostenuta nei miei due saggi di scienza politica (la loro icona è visibile sotto il titolo di questo blog) e in molti miei post.

Infatti Locke ha imposto all’Occidente il mito della dannosità dello Stato, come ho scritto in un post precedente:

È dal mito della dannosità dello Stato che, nel Settecento, nasce la filosofia politica di Rousseau e, nell’Ottocento, da un lato quella di Marx e di Engels (il comunismo) e dall’altro quella di Proudhon (l’anarchismo).

Mentre l’anarchismo è semplice da comprendere, non è intuitivo riconoscere il nesso tra comunismo e volontà di eliminare lo Stato. La questione è brillantemente approfondita da Norberto Bobbio e ne ho riferito qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/09/04/perche-il-comunismo-e-unideologia-contraria-allo-stato/

Nel Novecento assistiamo poi al fallimento (ampiamente prevedibile) sia dell’anarchismo che del comunismo.

Nello stesso secolo, però, vediamo nascere altre due ideologie aventi la stessa origine (il mito della dannosità dello Stato) e lo stesso scopo (eliminare lo Stato, a qualsiasi costo): l’europeismo e il multiculturalismo.

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/23/il-mito-della-dannosita-dello-stato/

Perché eliminare lo Stato significa suicidarsi? Perché lo Stato è indispensabile, in quanto, come spiegato per la prima volta in modo approfondito da Thomas Hobbes, esso ha la funzione sia di proteggere la comunità dagli attacchi di aggressori stranieri (mediante l’esercito), sia di proteggerla dai torti reciproci (mediante la legge).

È imperativo comprendere che le ideologie antistato sono una faccenda esclusivamente cristiana, come ho evidenziato nei miei due saggi di scienza politica.

Sia nell’Ebraismo che nell’Islam lo Stato non è affatto visto come nemico. Lo stesso era per gli antichi greci e gli antichi romani.

Anche la teoria lockiana, che a prima vista sembra una teoria esclusivamente filosofica, ha una matrice inconfondibilmente religiosa. Leggiamo infatti questo passo di Locke:

“La legge di natura, dunque, costituisce una norma eterna per tutti gli uomini, per i legislatori come per gli altri. Le norme che essi emanano per governare la condotta degli uomini devono, alla stessa stregua delle loro azioni e delle azioni altrui, essere conformi alla legge di natura, ovvero alla volontà di Dio, della quale essa costituisce una proclamazione…” (John Locke, Due trattati sul governo, Edizioni Plus, 2007, pag. 270).

Ma qual è il Dio di cui parla Locke? È ovviamente il suo Dio, ovvero il Dio del Cristianesimo.

È vero che il comunismo fu adottato anche dai cinesi e da altri popoli asiatici non cristiani. Ma questo è accaduto per la peculiarità della teoria marx-engelsiana, la quale prevede sì la scomparsa dello Stato, ma solo nello stadio finale. Nel frattempo c’è la dittatura del proletariato, come spiega brillantemente Bobbio (vedi sopra).

Ciò ha causato la popolarità del comunismo anche in culture asiatiche molto propense, storicamente, alle forme di governo dispotiche (il ben noto dispotismo asiatico ovvero dispotismo orientale, concetto che risale ad Aristotele).

Ritornando ai nostri giorni, a mio giudizio, l’attacco dell’11 settembre 2001 è stato causato proprio dall’esibizione di debolezza dell’Occidente.

È ovvio che se si vuole eliminare lo Stato, le cui funzioni fondamentali sono l’esercito e la legge (vedi Niccolò Machiavelli, Il Principe, 1991, Rizzoli, pag. 128; Thomas Hobbes, Leviatano, 2009, Laterza, pag. 142; Norberto Bobbio, Stato, governo, società, 1995, Einaudi, pag. 124), si diventa deboli, anzi si commette suicidio.

Che poi tale attacco sia stato sferrato negli USA è facile da spiegare: perché gli USA sono il campione dell’Occidente.

È da rimarcare che il Trattato di Maastricht è del 1992 e l’introduzione (non fisica) dell’euro è del 1999. Come hanno affermato economisti di vaglia, l’euro è stato creato proprio per distruggere lo Stato, vedi qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/12/19/perche-gli-economisti-non-si-interrogano-seriamente-sulla-volonta-europea-di-distruggere-lo-stato/

Osservatori intelligenti e attenti (e soprattutto non cristiani) avranno certamente compreso nel 1999 che l’Occidente si era indebolito. Non è gratuito quindi concepire l’attacco dell’11 settembre come il colpo del knock-out.

In quest’ottica, insistere sull’europeismo e sul multiculturalismo, vale a dire continuare a esibire la volontà di eliminare lo Stato, potrebbe portare a nuovi attacchi all’Occidente.

Più l’Occidente delegittima lo Stato, più si espone ad attacchi.

È una constatazione elementare, che però sembra sfuggire a molti.

Ed è inutile, o scarsamente utile, affidarsi poi a misure repressive, le quali seguono inevitabilmente una logica reattiva invece che proattiva.

Esse, lungi dal costituire un’esibizione di forza, costituiscono una plateale manifestazione di impotenza.

Come ci spiega il secondo principio della termodinamica, quando si fa la frittata, non è poi possibile ritornare alle uova integre. In inglese mi pare si dica: “you can’t unscramble a scrambled egg”.

Ce lo spiega anche Lewis Carroll:

“Humpty Dumpty sat on a wall:

Humpty Dumpty had a great fall.

All the King’s horses and all the King’s men

Couldn’t put Humpty Dumpty in his place again.”

È proprio così che l’American dream si è trasformato nell’American nightmare.

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