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Dalla Svizzera

15 marzo 2014

Leggo sul Ticino live – Quotidiano della Svizzera italiana, un articolo di Gianfranco Soldati dell’11 marzo 2014, intitolato Vassalli discreti e fedeli (degli USA):

“…Gli USA sono e vogliono restare potenza mondiale egemone. Zbigniew Brzezinski, segretario di Stato di Jimmy Carter e poi segretario di stato dietro le quinte (alla “cardinale Richelieu”, per farmi capire) di tutti i successori, Obama compreso, ha avuto l’impudenza, che è il colmo della prepotenza, di metterlo nero su bianco. Obama, ridicolizzato da un premio Nobel della Pace che i vegliardi obnubilati di Oslo gli hanno probabilmente attribuito tra una pausa e l’altra dei festeggiamenti del Carnevale, Obama, dicevo, dopo aver tracciato in Siria la linea rossa per il presunto (ma mai dimostrato) impiego di gas nervini da parte di Assad, non ha avuto il coraggio di compiere il passo successivo, più volte proclamato a parole, ma mai portato ad esecuzione con i fatti. Si è attirato così aspre critiche pubbliche da parte dell’ex segretario di Stato Brzezinski, grande ideologo di un’aggressiva politica di egemonia il cui fine giustificherebbe tutti i mezzi.

Chi può o potrebbe far ombra agli USA nei loro piani egemonici? Due stati, e solo due. Uno è la Russia, gigante gigantesco, ma purtroppo, o per fortuna, secondo i punti di vista, con piedi di argilla. Difficile da radere al suolo, ma sempre smantellabile, per le molte etnie e nazionalità che ingloba sul suo sconfinato territorio. L’altro è la Cina, guidata con pugno di ferro in guanti di acciaio, pure sconfinata per estensione territoriale, dotata finalmente, grazie all’ingenua esportazione, da parte di troppi industriali occidentali incapaci di perseguire qualcosa che non sia il profitto, di know how tecnologico indispensabile alla formazione di un esercito all’altezza dei compiti assegnati. Non essendo in grado, al momento, di attaccarli direttamente, gli USA stanno mettendo in atto una strategia volta ad isolarli completamente. Accade già in Giappone, con diatribe pretestuose sul possesso di isolette disabitate e creazione di strutture economiche interstatali. Accade in Africa, dove la Cina ha installato varie teste di ponte per garantirsi le materie prime di cui non dispone e accade adesso in Ucraina, dove si strumentalizza una spietata lotta fratricida tra filoeuropeisti e filorussi per sottrarre dalla sfera di influenza di Mosca uno stato filorusso per necessità materiali e geografiche.”

http://www.ticinolive.ch/2014/03/11/vassalli-discreti-e-fedeli-degli-usa-di-gianfranco-soldati/

Sono ampiamente d’accordo con quanto scrive Gianfranco Soldati, ne avevo già scritto qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2014/03/09/linternazionalismo-di-david-rockefeller-sara-fermato-dalla-russia-e-dalla-cina/

Ho sempre ammirato la Svizzera, della cui peculiarità ho scritto più volte, nei miei due saggi di scienza politica e nei miei post, per esempio qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/01/cretinismo-europeista/

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L’economia italiana cola a picco

4 settembre 2013

Leggo sul Fatto Quotidiano di oggi:

Italia sempre meno competitiva: adesso è solo 49esima al mondo

Nel rapporto annuale del World Economic Forum il nostro Paese perde altre sette posizioni rispetto al 2012 e adesso rischia di uscire dalla “Top Cinquanta”. In difficoltà anche gli altri Paesi del Sud Europa come Spagna, Portogallo e Grecia (precipitata al 91esimo posto dopo la crisi). In testa si conferma per il quinto anno di fila la Svizzera

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/04/italia-sempre-meno-competitiva-adesso-e-solo-49esima-al-mondo/700881/

Sulla Stampa di oggi:

L’Italia è sempre meno competitiva

Lituania e Barbados più avanti di noi

La nostra economia crolla al 49° posto nella classifica del World Economic Forum. Pesano la scarsa efficienza dei mercati e il ristretto accesso ai finanziamenti

http://www.lastampa.it/2013/09/04/economia/litalia-sempre-meno-competitiva-lituania-e-barbados-pi-avanti-di-noi-4iUlmVJhwS5jhZGNjJ05pO/pagina.html

Su Quotidiano.net di oggi:

Competitività, Italia al 49° posto

Perse sette posizioni in un anno

La classifica del World Economic Forum: prima la Svizzera. Il Pil europeo torna a crescere, non quello del nostro Paese

http://qn.quotidiano.net/economia/2013/09/04/944708-classifica-competitivita-italia.shtml

Cosa intendono fare i politici italiani?

Cosa intende fare il popolo italiano?

Qualcosa bisognerà fare.

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La volontà di potenza adleriana della cultura tedesca

27 febbraio 2013

Questo post riguarda un argomento a proposito del quale ho già scritto sia nei miei due saggi di scienza politica (quelli con la copertina verde sotto il titolo del mio blog), sia in questo post precedente:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/12/28/se-lo-stato-e-indispensabile-bisogna-non-solo-rigettare-lunione-europea-ma-anche-attuare-unigiene-politica-degli-stati-europei/

La caratteristica volontà di potenza della cultura tedesca (ossia della comunità linguistica tedesca) è il prodotto di una lunga concatenazione di eventi.

L’evento iniziale, il primo anello della catena, è la guerra dei Trent’anni, iniziata da Ferdinando II d’Asburgo allo scopo di eliminare la Riforma Protestante.

Leggiamo un brano della Storia d’Europa del grande storico inglese Herbert A. L. Fisher:

Primum mobile della guerra fu un gesuita coronato. Giudicato alla luce dei mutamenti attuati per sua personale iniziativa, Ferdinando di Stiria (1619-37), divenuto più tardi l’imperatore Ferdinando II, dev’esser considerato come uno dei grandi uomini d’azione del secolo. Fu il primo allievo di un collegio di gesuiti che salisse al trono imperiale; e sulla sua intelligenza angusta, esasperata e permeata della dottrina gesuitica, dominava un’unica passione, un unico scopo: odiava i protestanti e stabilì di sradicarli dai suoi dominii.”

(Herbert A. L. Fisher, Storia d’Europa, 1971, Laterza, vol. II, pag. 201)

La guerra terminò nel 1648 con la pace di Westfalia, nella quale i contendenti si accordarono per un compromesso. In altri termini non vinsero né i cattolici Asburgo, né i protestanti tedeschi.

Il risultato fu la distruzione della preesistente unità politica del popolo tedesco (intendo per popolo tedesco l’insieme di individui di madre lingua tedesca, ossia la comunità linguistica tedesca, ossia la cultura tedesca). Tale unità politica fu frammentata in circa 350 piccoli Stati autonomi.

Leggiamo un altro brano di Fisher:

“Un vero abisso separa la Germania di Federico Barbarossa dalla debole federazione di circa trecento e cinquanta stati (ciascuno dei quali autorizzato a seguire una propria politica finché non si opponesse a quella dell’imperatore) uscita dal congresso di Westfalia. Mentre il Barbarossa esercitava sulla Germania un’autorità reale, anche se irregolare, ora la potenza dell’imperatore, benché riconfermata nell’Austria, nella Boemia e nell’Ungheria, non era che un’ombra fra i tedeschi.”

(Herbert A. L. Fisher, ibid., pag. 222)

È proprio da questa frammentazione che nacque la volontà di potenza ipercompensatoria caratteristica della cultura tedesca, per il semplice motivo che in Europa, in assenza di barriere geografiche (ad esempio il mare), l’impulso di coloro che parlano la stessa lingua a unirsi politicamente è irrefrenabile e inestirpabile.

Ciò probabilmente è causato dal grande numero di lingue esistenti in Europa (a differenza che nelle Americhe): ognuna di queste lingue lotta strenuamente per la propria sopravvivenza e l’impulso a unirsi politicamente è la diretta conseguenza di questa strenua lotta per la sopravvivenza.

È interessante notare che volontà di potenza e ipercompensazione sono concetti fondamentali della psicologia di Alfred Adler, che era di madrelingua tedesca, ossia un tedesco.

Adler ci fornisce un esempio di cosa egli intenda per ipercompensazione: Demostene era balbuziente, ma reagì a tale stato di inferiorità divenendo un grandissimo oratore. Il punto nodale della teoria di Adler è che la reazione a uno stato di inferiorità non mira a una semplice compensazione, ma a una ipercompensazione. Il povero non sogna una banale tranquillità economica, bensì la ricchezza.

È ben noto che il concetto di volontà di potenza nacque con Nietzsche, anch’egli di madrelingua tedesca, ma questi intendeva tale concetto in modo assai differente da come lo intese poi Adler, al cui pensiero io mi sto qui riferendo. E vorrei enfatizzare ciò: la filosofia di Nietzsche mi è completamente estranea, come risulta evidente a chiunque legga i miei due saggi di scienza politica.

È da rimarcare che la filosofia di Nietzsche ha la sua vera origine proprio nel tentativo di fornire al popolo tedesco l’aggressività necessaria a riconquistare manu militari l’unità politica perduta con la pace di Westfalia.

Che la riunificazione politica del popolo tedesco sia stata fortemente propugnata dai suoi filosofi è riconosciuto da tutti, da Bertrand Russell (Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, 1967, Longanesi, pagg. 958-959) agli storici della Columbia University:

“Ma l’elemento determinante, la concezione della Germania come qualcosa di diverso da un’espressione geografica, derivò soprattutto dalla visione e dalla passione dei filosofi e dei letterati tedeschi.”

(John A. Garraty, Peter Gay, Storia del mondo, a cura della Columbia University, 1973, Mondadori, pag. 755)

Nietzsche però esagerò nell’elaborare concetti di barbarica e ripugnante aggressività e fornì così una base filosofica alla demoniaca ideologia nazista.

Comunque, se nel Seicento i tedeschi avessero avuto il buon senso di trattare gli Asburgo come gli inglesi trattarono nello stesso secolo gli Stuart (ossia con la prima e la seconda rivoluzione inglese), non ci sarebbero in seguito state né la prima, né la seconda guerra mondiale, la cui origine remota fu la Controriforma degli Asburgo, che distrusse l’unità politica del popolo tedesco e produsse in esso una palese volontà di potenza ipercompensatoria.

C’è un modo per eliminare questa adleriana volontà di potenza della cultura tedesca? La ragione ci suggerisce che l’unificazione politica di tutta la comunità linguistica tedesca attuale (intendo la Germania e l’Austria) sia l’unica via che possa portare, col tempo, alla scomparsa di questa tendenza assai deleteria della cultura tedesca, tendenza che provoca tensione in Europa e nel mondo.

Intanto però non bisogna dare modo a tale volontà di potenza di manifestarsi e l’euro fornisce invece lo scenario ideale perché essa si possa manifestare liberamente, come ho già scritto in questo post:

https://luigicocola.wordpress.com/2013/02/06/ecco-come-finiscono-le-utopie/

Da ricordare che, immediatamente dopo la prima guerra mondiale, l’Austria, diventata repubblica, chiese di potersi unificare alla Germania, ma ciò le fu proibito dagli Stati vincitori della guerra.

Fu un enorme errore, fatto perché non si ragiona sulla storia. Eppure Machiavelli ci aveva insegnato proprio questo: a ragionare sulla storia.

Non va ovviamente compresa in questa unificazione la porzione di lingua tedesca della Svizzera, perché il patto sociale del popolo svizzero è del tutto peculiare e non si basa sulla lingua, come ho più volte scritto, ad esempio qui:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/01/cretinismo-europeista/

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La realtà delle cose sta incominciando a imporsi sui sogni e le utopie

17 novembre 2012

Leggo questo post di Fabio Vander del 14 novembre:

«Anti-europeismo delle classi dirigenti?

Nei giorni scorsi sono usciti, in contemporanea, tre ‘strani’ articoli. Strani per il taglio: al tempo stesso anti-europeista e anti-montiano, ma soprattutto per il dove, cioè rispettivamente su “Sole 24 ore”, “Corriere della Sera” e “Repubblica”.»

http://www.paneacqua.info/2012/11/anti-europeismo-delle-classi-dirigenti/

Lo strano (a detta di Vander) articolo del “Corriere della Sera” è l’editoriale del 12 novembre di Giovanni Sartori, di cui ho scritto nel mio post precedente:

https://luigicocola.wordpress.com/2012/11/17/sartori-ed-io-sugli-stati-uniti-deuropa-scriviamo-le-stesse-cose/

Il Prof. Giovanni Sartori è un politologo di fama mondiale (ha anche insegnato alla Columbia University), del quale Wikipedia riporta:

«È considerato uno dei massimi esperti di scienza politica a livello internazionale»

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Sartori_%28politologo%29

Vediamo cosa scrive Vander del suddetto editoriale:

«Sul “Corriere della Sera” è Giovanni Sartori a prendersi la libertà di dire [sic] che l’Europa della moneta unica è un “animale assurdo”. Un sistema con una moneta unica fuori del controllo degli Stati, ma senza uno “Stato federale” continentale è esattamente l’assurdo. Qualcosa che lascia campo libero alle “incursioni monetarie della speculazione internazionale” e soprattutto rende ingestibile economicamente e socialmente il continente. L’esempio recente dell’Alcoa e sintomatico, dice Sartori. Abbiamo perso migliaia di posti di lavoro e un settore strategico come quello dell’alluminio per rispondere agli assurdi diktat delle autorità europee.»

Eh no, caro Vander, Sartori non ha detto soltanto questo, ha detto anche, sia pure con un certo grado di understatement, che i tanto sognati Stati Uniti d’Europa non si possono proprio fare, a causa delle lingue diverse che gli europei parlano.

Come ho riportato nel mio precedente post, ecco cosa Sartori ha scritto su questo fondamentale argomento:

«Il rimedio? Quello risolutivo sarebbe, a detta dei più, di arrivare a un’Europa federale. Ma temo che sia un rimedio impossibile. Uno Stato federale richiede una lingua comune. Difatti tutti gli Stati federali esistenti sono costituiti da componenti che si capiscono e parlano tra loro. La Germania parla tedesco, gli Stati Uniti e l’Australia l’inglese (e così pure l’India a livello di élite di governo), il Brasile il portoghese, l’Argentina e il Messico lo spagnolo, e così via citando. Se l’Europa diventasse uno Stato federale io mi potrei trovare sulla scheda di voto un candidato finlandese del quale non saprei nemmeno pronunziare il nome e del quale nessun europeo sa nulla. La sola piccolissima eccezione è la Svizzera, che però a livello di classe politica federale si intende benissimo. E trovo stupefacente che nessuno dei proponenti dell’Europa federale si renda conto di questo pressoché insuperabile ostacolo.»

http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_12/un-animale-senza-difese-giovanni-sartori_121347e2-2c91-11e2-ac32-eb50b1e8a70b.shtml

Questo concetto, molto modestamente rispetto al Prof. Sartori, che può pubblicare un editoriale sul “Corriere della Sera”, lo sto ripetendo da mesi sul mio quasi ignoto blog, ad esempio in un post del 5 agosto, nel quale ho scritto :

«Il punto nodale della questione è che non esiste uno Stato europeo, sia pure federale, né potrà mai esistere, perché le lingue ufficiali dell’Unione Europea sono ben 23: bulgaro, ceco, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco e ungherese.
Vedi:

http://ec.europa.eu/languages/languages-of-europe/eu-languages_it.htm

L’Unione Europea è una Torre di Babele, non uno Stato.»

https://luigicocola.wordpress.com/2012/08/05/domanda-cose-la-democrazia/

La verità è che la realtà delle cose sta incominciando a imporsi sui sogni e le utopie.

Quando si abbandona la Ragione, quella “strana” cosa di cui scrisse Parmenide circa 2500 anni fa, si producono mostri, come ben notò Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”.

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Sartori ed io sugli Stati Uniti d’Europa scriviamo le stesse cose

17 novembre 2012

Sugli Stati Uniti d’Europa l’11 ottobre ho scritto un post intitolato: “L’idea degli Stati Uniti d’Europa è un’idea aberrante, anzi delirante”:

“Infatti nell’Unione Europea ci sono ben 23 popoli diversi, cioè quelli corrispondenti alle 23 lingue ufficiali dell’Unione Europea…

…È un vero e proprio delirio pensare di poter creare gli Stati Uniti d’Europa, a somiglianza degli Stati Uniti d’America…

Gli Stati Uniti d’America esistono perché la lingua di quel paese è una sola: la lingua inglese…

…Se si volesse veramente formare gli Stati Uniti d’Europa, occorrerebbe che tutti i popoli dell’Unione Europea, tranne uno, rinunciassero alla propria lingua: sono pronti gli italiani, i francesi, i tedeschi, gli inglesi, ecc. ecc., a fare ciò?”

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/11/lidea-degli-stati-uniti-deuropa-e-unidea-aberrante-anzi-delirante/

E il 1° ottobre ho scritto quest’altro post, intitolato “Cretinismo europeista”:

“Insomma, Bernard-Henri Lévy ci racconta che, su sei esperienze di moneta unica tentate in Occidente, due sono fallite e quattro sono riuscite.

Le due fallite riguardano proprio monete uniche con popoli diversi tra loro (l’Unione Monetaria Latina e l’Unione Monetaria Scandinava), ossia la stessa identica situazione dell’Unione Europea.

Le quattro riuscite riguardano la Svizzera, l’Italia, la Germania e gli Stati Uniti.

A parte la Svizzera, a Lévy sfugge un dato che non sfuggirebbe, ne sono sicuro, al mio elettrauto: in Italia si parla l’italiano, in Germania si parla il tedesco e negli Stati Uniti si parla l’inglese.

Lévy ha descritto cioè la storia di tre popoli!

È ovvio che un popolo abbia un suo Stato sovrano (federale o non federale, questo non ha alcuna importanza) e di conseguenza una sua moneta.

L’eccezione è la Svizzera. Ma la Svizzera è un caso unico in Occidente ed essendo tale non può essere presa come esempio!”

https://luigicocola.wordpress.com/2012/10/01/cretinismo-europeista/

Ho scoperto ieri che Giovanni Sartori il 12 novembre ha scritto un editoriale sul “Corriere della Sera”, intitolato “L’EUROPA DELLA MONETA UNICA – Un animale senza difese“:

Il rimedio? Quello risolutivo sarebbe, a detta dei più, di arrivare a un’Europa federale. Ma temo che sia un rimedio impossibile. Uno Stato federale richiede una lingua comune. Difatti tutti gli Stati federali esistenti sono costituiti da componenti che si capiscono e parlano tra loro. La Germania parla tedesco, gli Stati Uniti e l’Australia l’inglese (e così pure l’India a livello di élite di governo), il Brasile il portoghese, l’Argentina e il Messico lo spagnolo, e così via citando. Se l’Europa diventasse uno Stato federale io mi potrei trovare sulla scheda di voto un candidato finlandese del quale non saprei nemmeno pronunziare il nome e del quale nessun europeo sa nulla. La sola piccolissima eccezione è la Svizzera, che però a livello di classe politica federale si intende benissimo. E trovo stupefacente che nessuno dei proponenti dell’Europa federale si renda conto di questo pressoché insuperabile ostacolo.”

http://www.corriere.it/editoriali/12_novembre_12/un-animale-senza-difese-giovanni-sartori_121347e2-2c91-11e2-ac32-eb50b1e8a70b.shtml

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Cretinismo europeista

1 ottobre 2012

Leggo un articolo di Bernard-Henri Lévy, Federalismo o morte (titolo francese: Construire l’Europe politique, ou mourir; titolo inglese: Build a Political Europe, or Die), in cui egli sostiene: “Se non si fa l’Europa politica, l’euro scomparirà.”

E fin qui sono d’accordo.

Il bello (per modo di dire) è che egli pensa possibile l’unione politica dei popoli europei, anzi la propugna. E per sostenere questa tesi, che io trovo non solo assurda, ma anche ridicola, egli porta degli esempi:

“Non dobbiamo dimenticare che l’euro non è la prima esperienza di moneta unica tentata dall’Occidente. Ve ne sono state almeno sei, la cui storia – anche se come sempre le situazioni non sono paragonabili – è ricca di insegnamenti.

Due sono fallite in modo evidente e sono fallite proprio a causa degli egoismi nazionali sommati alle disuguaglianze di sviluppo fra paesi che non potevano – senza unirsi – parlare la stessa lingua monetaria (del resto nel primo caso l’episodio chiave è stato proprio il fallimento della Grecia!). Si tratta di due avventure oggi dimenticate: l’Unione latina (1865-1927) e l’Unione scandinava (1873-1914).

Due invece hanno avuto successo, un successo evidente e rapido. E questo successo è stato possibile perché il processo di unificazione monetaria è stato accompagnato da un’unificazione politica. Si tratta della nascita del franco svizzero che nel 1848, con la costituzione che dà vita alla Confederazione elvetica dopo mezzo secolo di incertezze dovute al rifiuto di pagare il prezzo politico dell’unione economica. La moneta sostituisce le varie monete locali coniate dalle città, cantoni e territori.

L’altro successo è rappresentato dalla lira italiana, che trionfa al momento dell’unità italiana sulla miriade di monete indicizzate agli stati tedeschi, al franco o basate sulle tradizioni ducali o delle vecchie repubbliche.

Due, infine, hanno proceduto nell’incertezza ma alla fine hanno avuto successo. Due unioni che hanno creato una moneta veramente comune, ma solo dopo mille crisi, passi indietro, abrogazioni provvisorie e grazie a dei dirigenti coraggiosi che avevano capito che una moneta unica può esistere solo sostenuta da un bilancio, da una fiscalità, da un regime di distribuzione delle risorse, da un diritto del lavoro, da regole della vita sociale, in altre parole da una politica realmente comune.

Questa è la storia del nuovo marco, che circa 40 anni dopo lo Zollverein del 1834 si è imposto sul fiorino, sul tallero, sul kronenthaler e sugli altri marchi delle città anseatiche; ed è la storia del dollaro, che ha impiegato cento anni per imporsi e che in realtà lo ha fatto solo dopo che si era acconsentito a federare il debito degli Stati membri dell’Unione.”

In italiano:

http://www.presseurop.eu/it/content/article/2777571-federalismo-o-morte

In francese:

http://www.lepoint.fr/editos-du-point/bernard-henri-levy/construire-l-europe-politique-ou-mourir-13-09-2012-1505713_69.php

in inglese:

http://www.huffingtonpost.com/bernardhenri-levy/build-a-political-europe-_b_1880214.html

Insomma, Bernard-Henri Lévy ci racconta che, su sei esperienze di moneta unica tentate in Occidente, due sono fallite e quattro sono riuscite.

Le due fallite riguardano proprio monete uniche con popoli diversi tra loro (l’Unione Monetaria Latina e l’Unione Monetaria Scandinava), ossia la stessa identica situazione dell’Unione Europea.

Le quattro riuscite riguardano la Svizzera, l’Italia, la Germania e gli Stati Uniti.

A parte la Svizzera, a Lévy sfugge un dato che non sfuggirebbe, ne sono sicuro, al mio elettrauto: in Italia si parla l’italiano, in Germania si parla il tedesco e negli Stati Uniti si parla l’inglese.

Lévy ha descritto cioè la storia di tre popoli!

È ovvio che un popolo abbia un suo Stato sovrano (federale o non federale, questo non ha alcuna importanza) e di conseguenza una sua moneta.

L’eccezione è la Svizzera. Ma la Svizzera è un caso unico in Occidente ed essendo tale non può essere presa come esempio!

Il fatto è che in Svizzera (a parte che quattro lingue sono infinitamente meno delle ventitré lingue ufficiali dell’Unione Europea!) il patto sociale non è basato come per gli altri popoli sulla lingua comune, bensì sul fatto comune di vivere sulle Alpi, ossia su un territorio talmente montuoso da essere difendibile molto facilmente dalle aggressioni militari di stranieri: in pratica le Alpi sono una fortezza naturale. Senza le Alpi non esisterebbe questo peculiare patto sociale e non esisterebbe nemmeno la Svizzera. E infatti gli svizzeri sono ossessionati dalla sicurezza militare del loro territorio.

Questa è la realtà delle cose. Poi ci sono le utopie, a proposito delle quali Machiavelli scrisse:

“E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero…”

(Niccolò Machiavelli, Il Principe, Rizzoli, 1991, pag. 150)

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