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La differenza fra ratio e mores

15 settembre 2014

La ratio, cioè la ragione, è universale.

I mores, cioè i costumi, non sono universali.

È impossibile imporre i costumi della propria società di appartenenza all’intero genere umano e inoltre ciò produrrebbe inevitabilmente conflitti irrisolvibili, perché ogni società è tenacemente attaccata ai suoi costumi.

I costumi di una società non sono un contorno irrilevante e superfluo, bensì sono il portato di quell’intera società.

In altre parole: i costumi di una determinata società sono funzionali per essa.

Se noi li cambiamo dall’esterno, li rendiamo disfunzionali per quella determinata società.

Tutto ciò è molto ovvio ed elementare, ma attualmente l’Occidente non riesce a comprenderlo.

Anche la preferenza per una forma di governo fa parte dei costumi.

Per esempio, l’Occidente preferisce la democrazia, mentre l’Islam preferisce l’autocrazia.

La democrazia, è vero, permette la libertà politica, ma non è possibile affermare che essa è la migliore forma di governo in assoluto.

È la migliore per quanto riguarda la libertà politica, non la migliore in assoluto, in ogni tempo e in ogni luogo.

Un altro esempio di costumi è il giudizio sociale (accettazione o rifiuto) verso l’omosessualità.

Nella Grecia antica, il cosiddetto miracolo greco (dal quale l’Occidente si picca di discendere), l’omosessualità era socialmente accettata. Con l’avvento del Cristianesimo essa venne rifiutata in modo molto netto e radicale.

Attualmente nell’Occidente, soprattutto negli Stati Uniti d’America, l’omosessualità è ritornata ad essere socialmente accettata.

Ma si tratta di costumi e quindi tale accettazione sociale non può essere imposta a tutte le società del mondo, come vorrebbe fare Obama, vedi questo post di Rodolfo Casadei, intitolato Obama e l’idiozia antropologica di andare a predicare l’indifferenza sessuale agli africani:

«…Un qualunque antropologo culturale spiegherebbe agilmente che l’ostilità degli africani non semplicemente verso l’omosessualità ma, purtroppo, verso le persone degli omosessuali è il portato culturale di un ambiente dove la natura è ancora più forte degli esseri umani, che essa schiaccia periodicamente con epidemie, siccità e guerre per le scarse risorse funzionali alla sopravvivenza. Laddove la semplice sopravvivenza umana è minacciata dalla cieca violenza della natura, dovrebbe essere ovvio che i valori culturali non possono comprendere l’accettazione dell’omosessualità, luogo di rapporti sessuali per definizione infecondi [il corsivo è mio]…

…Quel po’ di coesione che la società africana può ancora vantare oggi, dopo due secoli di modernizzazione contraddittoria, è basata sul principio che ogni essere umano è parte di una corrente vitale che è stata iniziata dagli antenati, e ha il dovere di alimentarla trasmettendo a sua volta la vita attraverso l’unione fra uomo e donna; la poligamia è funzionale all’allargamento maggiore possibile della corrente vitale in questione. Immaginare che gli africani approvino un modello familiare intrinsecamente sterile [il corsivo è mio], che diventa fecondo solo attraverso marchingegni come la fecondazione assistita eterologa e gli uteri in affitto, grazie ai quali si mettono al mondo figli che non appartengono alla corrente vitale dei genitori ufficiali, ma a quella degli sconosciuti che hanno messo a disposizione il loro seme, è una vera idiozia antropologica. Di cui solo giudici liberal e un capo di Stato americano che di africano ha solo il colore della pelle potrebbero essere capaci.»

http://www.tempi.it/blog/obama-africa-senegal-predica-indifferenza-sessuale-idiozia-antropologica

È molto singolare che su Tempi, fondato e diretto da Luigi Amicone, il quale appartiene all’area di Comunione e Liberazione, si faccia (correttamente) del relativismo culturale, mentre Obama, un professore della University of Chicago (fondata da John D. Rockefeller), una delle università più importanti del mondo, si comporti da ignorante in materia di antropologia culturale e di sociologia e ritenga che i costumi debbano essere universali.

O forse no, a pensarci bene non è affatto singolare.

Copyright © 2014 Luigi Cocola. Tutti i diritti riservati.

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Il fallimento dell’utopia

1 settembre 2013

Giovedì 29 agosto il settimanale Time ha dedicato la copertina a Obama, con il titolo THE UNHAPPY WARRIOR.

Leggiamo cosa scrive Tempi del 30 agosto nell’articolo intitolato Siria, anche Time critica Obama. Da Nobel per la Pace a «guerriero infelice»:

“Barack Obama? È un «guerriero infelice», secondo Time, settimanale statunitense progressista. «Obama corse alla presidenza per portare gli Stati Uniti fuori dalle guerre, non dentro», come invece accadrebbe nuovamente se approvasse un intervento militare in Siria. Obama è il presidente «che ha dato la caccia ai terroristi nelle grotte e nei deserti, affibbiando un duro colpo ai talebani in Afghanistan», ma allo stesso tempo, prosegue Time, è anche «colui che si era presentato come un conciliatore, un operatore di pace, tanto da ricevere il Premio Nobel ancora prima di varcare la soglia dell’Ufficio Ovale».

FALLIMENTO DELL’UTOPIA. «La sua opposizione all’invasione dell’Iraq», definita dallo stesso Obama, “guerra stupida”, «ha lanciato la sua prima corsa presidenziale del senatore», ricorda il Time: «Arrivò alla Casa Bianca con la chiara visione di un’America più umile strettamente focalizzata sugli interessi nazionali, come la cura delle ferite economiche e sociali». Ma le sue parole «nei discorsi a Washington, a Praga, al Cairo», che parlavano di «speranza» e di un «ordine mondiale trasformato», sono rimaste senza conseguenze. Aveva parlato di un mondo nuovo, «di avviare un dialogo di “rispetto reciproco” con l’Iran, e con altri rivali, ai quali promise “vi tenderemo la mano se sarete pronti ad aprire il vostro pugno”» [il corsivo è mio]. Aveva detto che la «visione “neocon” sarebbe andata in pensione, che c’era una «speranza di cambiamento su scala globale». «Ma la storia – osserva il Time -, non era interessata». “

http://www.tempi.it/siria-time-obama-premio-nobel-gueeriero-infelice-assad#.UiMAdFSW-PQ

Il 18 agosto in un mio post intitolato Senza l’Unione Europea non ci sarebbe mai stato l’11 settembre avevo scritto:

Più l’Occidente delegittima lo Stato (con l’europeismo e il multiculturalismo, che sono ideologie antistato), più diventa debole e più l’Islam si sente autorizzato ad attaccarlo.

Questo accade perché l’Islam si diffonde, come dimostra la storia, mediante l’aggressione bellica.

Gli USA sono stati attaccati, in quanto sono il campione dell’Occidente.

È piuttosto semplice da capire.

È anche piuttosto angosciante.

Così l’Occidente lo rimuove, elaborando una realtà fittizia.

Obama e le élite USA che lo hanno sospinto verso la presidenza rappresentano il tentativo, ovviamente destinato al fallimento, di trasformare, come per magia (we can), questa realtà fittizia in realtà vera, cioè rappresentano il tentativo di dialogare con un immaginario Islam moderato, laico, democratico e pacifista.

https://luigicocola.wordpress.com/2013/08/18/senza-lunione-europea-non-ci-sarebbe-mai-stato-l11-settembre/

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Il Presidente del Consiglio Monti dimostra con le sue parole di non conoscere l’Italia

17 agosto 2012

Leggo sull‘Unità un’esternazione del Presidente del Consiglio Monti:

“«Mi rifiuto di pensare che un grande paese democratico come l’Italia non sia in grado, attraverso libere elezioni, di scegliere una maggioranza di governo efficace [il corsivo è mio] e, indirettamente, un leader adeguato a guidarla…»”.

http://www.unita.it/italia/monti-evasione-fiscale-br-italia-in-stato-di-guerra-1.438555

Ebbene, la storia ci mostra proprio il contrario di ciò che afferma il Presidente del Consiglio Monti.

Dal 1861 (anno di nascita dello Stato italiano) a oggi, mai (escluso ovviamente il ventennio della dittatura fascista) un governo dello Stato italiano è arrivato a durare cinque anni, che è la durata fisiologica di una legislatura sia nello Statuto Albertino che nella Costituzione della Repubblica Italiana (per non parlare poi della durata media dei governi italiani, che è di un anno circa).

Questo significa che in Italia non c’è mai stata “una maggioranza di governo efficace“. Usando il gergo di internet, si potrebbe definire la governabilità dell’Italia come un epic fail, ossia un fallimento totale.
In Italia i governi, prima o poi, cadono. Sempre.

Perché? Perché lo Stato italiano non è in realtà uno Stato, bensì un sistema associato Stato-Chiesa. Formalmente è uno Stato, sostanzialmente non lo è.

Sostanzialmente è un ibrido Stato-Chiesa, la cui caratteristica fondamentale è la debolezza intrinseca, la quale produce un collasso cronico di tutte le funzioni dello Stato, a partire da quelle che Bobbio definisce come “le due funzioni essenziali” dello Stato: “la milizia e i tribunali” (Norberto Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, 1995, pag. 124).

Per inciso, chi pensa che si possa far funzionare bene la giustizia italiana, notoriamente malfunzionante, senza creare un vero Stato italiano, uno Stato sia di nome che di fatto, è un povero illuso.

Ebbene, il Presidente del Consiglio Monti è uno di questi, infatti l’articolo dell’Unità finisce così:

“Giustizia: il premier anticipa a Tempi, «numerose novita [sic]» legislative, volte «a dare risposta non solo all’emergenza carceraria ma anche a quella lentezza dei processi che, come calcolato dalla Banca d’Italia, incide negativamente sulla crescita del Paese per un punto percentuale di Pil»”.

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